L’Odissea di Amato per risvegliare l’Irpinia e gli irpini

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L’Irpinia si sta ripiegando su stessa, non solo in seguito alla spopolamento, ma anche perché i suoi figli, quelli che non sono andati via, non appaiono coesi, pronti a lavorare per il bene comune e per un futuro concretamente realizzabile; sembrano appiattiti da troppo individualismo, da anni di egemonia clientelare, da una “monarchia” ideologica, che non ha mai ceduto il passo alla vera democrazia. Sembra una voce fuori dal coro quella di Francesca Rullo, però, che con la sua opera prima “Amato”, pare voler richiamare noi irpini ad una maggiore coesione, ad una più incisiva unità sostanziale e di intenti.

È quanto emerso nel corso della presentazione di “Amato” tenutasi nella splendida cornice del Castello Candriano di Torella dei Lombardi. All’incontro erano presenti, oltre “all’autrice”, il regista e sceneggiatore Giambattista Assanti, che ha realizzato la postfazione del romanzo, il sindaco di Torella dei Lombardi Amado Delli Gatti, Denis Fiorello presidente del Forum dei Giovani, l’attore e regista Francesco Tasselli, la professoressa Filomena Marino docente e scrittrice, l’editore, professore Silvio Sallicandro e il professore Paolo Saggese, direttore del Centro di Documentazione Poesia del Sud, che ha anche curato la prefazione del libro.

Ad un anno esatto dalla consegna del celebre premio Dot a Paolo Saggese, nella stessa sala, dopo la proiezione del film di Luigi Comencini “ Tutti a casa”, Francesca Rullo ha presentato Giambattista Assanti, raccontando di essersi rivolta per la prima volta al noto regista usando l’inciso “da irpina ad irpino”. Lo stesso connubio di “affinità sannitica” che unì, anni addietro, il giovane Assanti al suo celebre maestro Sergio Leone, un legame, quello, che avrebbe cambiato e caratterizzato per sempre la visione artistica del regista del film candidato al premio David di Donatello “L’ultima fermata”.

Giambattista Assanti, attualmente impegnato nelle riprese di un altro lungometraggio dal titolo “Il giovane Pertini”, dopo aver raccontato il suo rapporto con il Maestro e aver espresso la sua soddisfazione per la riapertura, ai fini turistici, della tratta ferroviaria Avellino-Rocchetta, ha affermato: “In tempi difficili, come questi, gli irpini dovrebbero imparare ad essere più coesi”. Il sindaco di Torella ha invece sottolineato l’importanza del libro in quanto “non solo carta stampata, ma testimonianza preziosa della vita di un uomo”. Filomena Marino, dal canto suo, ha concentrato il suo intervento su un’attenta analisi dell’opera, sottolineando la centralità del “l’empatia intesa come la capacità di calarsi nella sofferenza degli altri, che ha caratterizzato il legame tra la scrittrice nuscana ed il protagonista del suo romanzo”.

Successivo a quello della giovane Denis Fiorello, è stato, infine, l’intervento del  Professore Paolo Saggese, che ha sottolineato l’importanza di reintrodurre il premio Sergio Leone a Torella dei Lombardi, suo paese natale, e dopo aver attinto con forza da una pagina indimenticabile de “La rivoluzione meridionale” di Guido Dorso,  la seguente citazione “Lo Stato dai contadini del Sud Italia era percepito come l’esattore delle tasse, l’esecutore della leva militare a 18 anni e che li ha derisi e per esso giovani innocenti sono morti”, ha sottolineato “il libro Amato può a ben vedere essere considerato una piccola Odissea e  questo dimostra che si possono scrivere delle epopee anche parlando di uomini comuni”, e poi ha concluso “gli uomini come Amato, non possono essere considerati eroi, per assenza dello Stato, infatti il re Vittorio Emanuele III e il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, dopo l’armistizio dell’8 dicembre del 1943, erano fuggiti, e quella gente non aveva più una Patria per la quale morire”.

Il racconto di Amato infatti è ambientato nel 1943, proprio all’indomani dell’annuncio dell’Armistizio di Cassibile, ed è la storia di un viaggio di ritorno, una “ricostruzione fedele di una vicenda raccontata da una persona e riproposta senza aggiunte, modifiche o interpretazioni estranee”, che narra le avventura di un contadino nuscano, che insieme ad altre sventurate persone fa un salto, un salto dal treno della morte, perché diretto verso i campi di sterminio; come Odisseo, dopo tante peripezie, ritorna nella sua Irpinia, nella terra dello “sciarru”, dello “scuornu”, di donne capaci di vedere al di là della siepe, in grado di ascoltare e di raccogliere frammenti di eternità. L’autrice ha messo il suo talento totalmente a servizio della storia, come conferma la scelta dell’uso della prima persona, “raccontare la vicenda di Amato non è stato facile” ha precisato la Rullo “ma il mio è stato un gesto di coerenza, avevo fatto una promessa e ho voluto tenere fede alle mie parole”.  È un’ opera delicata, capace a tratti di veri slanci lirici, toccanti le parole che descrivano il salto, affidate, durante la presentazione alla voce di Francesco Tasselli: “non era questione di volerlo o non volerlo fare, non c’era alternativa ma troppe le emozioni che affollavano la mia mente. Ormai eravamo rimasti solo in due: io e il mio corpo […], più mi avvicinavo al punto di saltare, più il mio corpo si allontanava da me”.

Un gesto di amore, di generosità dunque, quello che ha spinto l’autrice a dedicarsi a questo”piccolo capolavoro”, alla storia di un umile, di “un protagonista inconsapevole della storia pur avendola solo subita”, di un eroe senza Patria per cui morire, un atto di amore per la sua terra, un amore incondizionato quello della scrittrice, libero da qualsiasi forma di protagonismo istrionico. Sarebbe auspicabile che questo atto di amore di Francesca Rullo fosse un monito per gli irpini, un esempio di chi, con umiltà e saggezza, ha ancora il coraggio di rivolgersi all’altro “da irpina ad irpino”, con spirito di unità, di cooperazione e di solidarietà.

Alla fine dell’incontro due sono apparsi i progetti da portare avanti: reintrodurre il premio Sergio Leone a Torella dei Lombardi ed imparare ad essere ascoltatori e raccoglitori attenti e premurosi della storie e dell’anima della nostra terra.