“A Napoli non mi odiano solo i camorristi”. Saviano si racconta a Più Economia

Roberto Saviano con Mariagrazia Passamano
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BARCELLONA– Se ci fermiamo per un attimo ad osservare le nostre comunità ci rendiamo facilmente conto che la maggior parte delle persone trascorre per intero la propria esistenza in quella diffusa zona grigia che va sotto il nome di mediocrità, sebbene la natura abbia dotato gli uomini degli strumenti che li consentirebbero di affrontare le più alte missioni; c’è poi chi si ingegna perversamente per sporcare,  alterare o addirittura distruggere i valori supremi come la vita, la dignità, la libertà e la giustizia; e infine vi sono coloro che invece si mettono a servizio del mondo osservandone le ferite, le lacerazioni scomposte, e che combattono ostinatamente contro ogni forma di violazione, con la speranza che quelle offese alla libertà e alla vita possano un giorno essere sanate e superate. Roberto Saviano da 11 lunghi anni combatte, sacrificato della sua libertà, contro i mali e le crepe della nostra terra, denunciando e mantenendo alta l’attenzione su questioni che i media non rilevano, con ostinato coraggio e con strenua determinazione.

Tuttavia, sebbene il grande valore di una figura come Roberto Saviano sia indiscutibile, la valanga di rimproveri che vengono mossi allo scrittore campano non conosce tregua: viene “inquisito” per la scorta, per come gesticola, perché è un “tuttologo”, perché “tanto lo sapevamo già e che c’era bisogno che lo raccontava Saviano”, dalla destra perché è di sinistra e dalla sinistra perché non è sufficientemente di sinistra.

Sembra quasi che il nostro Bel Paese funzioni al rovescio: pensate ad un ambito che vi sta particolarmente a cuore e a come dovrebbe essere per ragioni legate al buon senso, alle consuetudini, alle norme, al valore di una certa etica, orbene in Italia vige il sistema inverso. Se si vuol capire cosa sta accadendo nel nostro Paese bisogna ragionare a contrariis, per cui tutto ciò che è degno di lode viene infangato, mentre lo scarto viene osannato. Mi pare che vi sia una diffusione senza precedenti del ragionare per catalogazioni politiche superficiali, di una prevaricazione dell’ignoranza rispetto alla conoscenza, della bugia patologica rispetto alla verità, della furbizia rispetto all’onestà, e della rozzezza e l’arroganza rispetto alla gentilezza. Paradossalmente, sembra che denunciare la ferita costituisca il vero crimine. Raccontare diventa mezzo costitutivo e non più informativo degli eventi, in altri termini sembra che sia lo stesso Saviano a creare attraverso le sue parole “il fenomeno camorristico”, perché altrimenti da un punto di vista empirico-criminologico questo non esisterebbe. Il crimine tout court non sussiste, è la penna avvelenata e malsana di Saviano che, grazie alla sua ricca immaginazione, sviluppa e dà forma alle condotte di una delle organizzazioni criminali più grandi e feroci al mondo. E questo perché l’autore di “Gomorra” è rapito da una furia schizofrenica e dal delirio di persecuzione. “Tutto sommato se fosse stato davvero in pericolo sarebbe già morto”- questa è l’accusa vergognosa che è alla base del comune sentire –  la sua colpa sarebbe dunque quella di essere ancora in vita.

Barcellona, biblioteca Jaume Fuster

Ho incontrato Roberto Saviano durante la presentazione del suo ultimo libro “La paranza dei bambini” a Barcellona nella biblioteca Jaume Fuster. Ero una delle poche campane in sala. Io dell’entroterra e lui della costa. Ha parlato a lungo della nostra terra,  tracciandone un profilo amaro, crudo, e nelle sue parole ho potuto percepire quella rabbia che nel 2006 lo spinse a scrivere Gomorra, quella rabbia di chi sente che la sua regione – e non solo ovviamente – è corrosa da quella che Peppino Impastato – parlando della mafia – definiva “una montagna” di escrementi. Una rabbia divenuta ossessione, che non conosce pace, tregua e che lo spinge a continuare ad esporsi e a rischiare, come si può rilevare dalla scelta di scrivere un altro libro di denuncia marcata, brutale; ancora una volta, costringendo i suoi lettori a comprendere, a conoscere, rendendoli partecipi degli eventi criminali che devastano le nostre terre. La “Paranza dei bambini”- pubblicato nel 2016 dalla casa editrice Feltrinelli – narra “la controversa ascesa di dieci ragazzi napoletani, in parte da Forcella ed in parte da Ponticelli, guidati da Nicolas Fiorillo. “L’autore utilizza l’analogia della paranza, che in gergo camorristico indica un gruppo armato, riferendosi però, nel senso più letterale del termine, a quei pesci non ancora adulti e di piccole dimensioni che, accecati e allo stesso tempo attratti dalla intensa luce delle lampare, si staccano dal fondo del mare e salendo verso la superficie vengono inesorabilmente intrappolati nelle reti dei pescatori. Analogamente, lo scrittore “racconta di ragazzini guizzanti di vita come pesci, di adolescenze ingannate dalla luce e di morti che producono morti”.

Dopo aver raccontato la trama del suo libro e dopo aver spiegato come è nata l’idea di questa narrazione, lo scrittore si è brevemente soffermato sulle infiltrazioni del narcotraffico nell’economia della Catalogna, su come in Spagna il riciclaggio di soldi mafiosi sia enorme e su come la politica lo ignori, mentre da ultimo ha affrontato il tema delle critiche efferate che riceve dalla sua terra. “La Napoli che mi odia non è solo quella camorrista”, ha sottolineato,  “la parte che mi detesta lo fa perché non mi concentro sulle cose belle di Napoli”. Ha richiamato quindi i pensieri di Curzio Malaparte e parlato di “mitomania” dei meridionali, riportando questa citazione di Corredo Alvaro: “Dei Greci, i meridionali hanno preso il loro carattere di mitomani. E inventano favole sulla loro vita che in realtà è disadorna. A chi come me si occupa di dirne i mali e i bisogni, si fa l’accusa di rivelare le piaghe e le miserie, mentre il paesaggio, dicono, è così bello.”

Immaginate di avere una madre malata in casa, e ogni giorno di vederla consumare dalla sua ferita. Cosa fareste? Accettereste di vederla morire lentamente concentrandovi sui suoi lunghi capelli ancora lucenti, sui suoi occhi azzurro mare, sul suono armonico della sua voce, oppure vi concentrereste sulla sua ferita – evitando che questa vada in cancrena, per aiutarla a guarire?

Come si può pensare di ricostruire qualcosa senza partire dall’atto di porre l’attenzione sulle ferite, senza conoscere, senza tentare di capire quali sono i problemi reali che flagellano la nostra terra? Non si può pensare che i ragazzi scelgano la strada dell’onestà se l’alternativa al crimine per loro equivale a “non campare”. Non riusciremo mai a combattere i problemi reali della nostra regione – e non solo – se continueremo a pensare che il responsabile del nostro coma (ir)reversibile sia Roberto Saviano e non la nostra scarsa conoscenza ed il nostro fatalismo secolare trafitto da schegge di inutile mitomania.

Lo scrittore e giornalista peruviano Santiago Roncagliolo alla fine dell’incontro ha chiesto a Saviano: “Perché continui? Perché non ti salvi?” e l’autore napoletano ha risposto: “Avrei modo di tornare libero, di salvarmi, non parlando più di determinati argomenti, ma la verità è che non ci riesco, perché ho paura che non occupandomi più della ferita questa  possa andare in cancrena”.

Scriveva Curzio Malaparte :”Finché tu soffri per te, per la tua fame, per la miseria tua, della tua donna e dei tuoi figli. Finché ti avvilisci e ti rassegni allora tutto va bene. Sei un buon padre di famiglia, un buon cittadino.”Ma appena tu soffri per la fame degli altri, per la miseria dei figli degli altri, per l’umiliazione degli altri uomini allora sei un uomo pericoloso, un nemico della società”. Impariamo ad essere “uomini pericolosi”, “nemici della società”, cerchiamo di ispirare a voler appartenere alla categoria degli “uomini degni di respirare”, poiché nascondere la polvere sotto il tappeto non renderà la nostra casa più pulita, ma solo più ipocritamente aggrappata ad un’idea falsata della verità.

La denuncia rappresenta un amore doppio, è amore che vede, che combatte, che si fa carico dei mali e del sacrificio, è dono incondizionato.

Un incontro unico quello con Roberto Saviano, uomo gentile, intellettuale brillante, di animo coraggioso, dal talento prezioso, scrittore instancabile,  un  pensatore – un altro – “impertinente” di cui la nostra terra dovrebbe essere orgogliosa.