Cuperlo: il Pd faccia di più per il Mezzogiorno

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Gianni Cuperlo

“Fin quando un partito dialoga e si confronta vuol dire che è vivo e vegeto. Non mi spaventano le posizioni diverse, anche se poi è chiaro che in sede istituzionale sarebbe opportuno trovare una posizione unitaria. Ma la verità è che in questi mesi non ho sempre riscontrato una disponibilità del Pd all’ascolto”. Gianni Cuperlo, leader di Sinistradem, chiuderà domani la festa dell’Unità ad Avellino. Tirerà le fila della tre-giorni organizzata dal circolo “Foa” del Pd irpino intorno ai temi dello sviluppo lungo l’asse Irpinia-Campania-Mezzogiorno, con l’obiettivo di dare un contributo fattivo alla costruzione di un partito “che esca dalla logica dei comitati elettorali al servizio dei notabili e recuperi una visione più alta e di respiro più ampio”.

Onorevole, ad Avellino si celebra la Festa dell’Unità. Quanto è lontano l’obiettivo per il Pd?

Le posso dire che questo Pd è ancora lontano da quello che molti di noi immaginavano quando nacque. Non è ciò che speravamo e desideravamo, ma restano la forza e le enormi potenzialità. C’è da lavorare non c’è dubbio, anche sul fronte dell’unità naturalmente, anche se le divisioni e il confronto non mi hanno mai spaventato. Le omologazioni sono sempre da evitare, anche se è chiaro che poi occorre trovare punti di sintesi, almeno sulle questioni più importanti. Ho sempre pensato che più cervelli ragionano meglio di uno. Ecco, se fosse andata sempre così, oggi magari avremmo avuto riforme migliori, penso al Jobs Act, ma non solo.

In una recente intervista lei ha parlato del rischio di un partito-franchising, in cui ognuno costruisce il suo Pd per gli scopi propri e il vertice fornisce il marchio.

Sì, a volte sembra che funzionino solo i comitati elettorali messi al servizio dei notabili. Ma un circolo dovrebbe essere attivo sempre, non solo in occasione di scadenze elettorali importanti o per le primarie. Un partito è vivo se su un territorio diventa riferimento, se riesce ad intercettare i bisogni della gente. Il rapporto con le comunità va costruito giorno dopo giorno, è questa la sfida che dobbiamo provare a vincere. Un partito di massa come il nostro deve sconfiggere il notabilato e avere la forza di guardare più in alto.

Più in alto dove?

Non c’è dubbio che una volta chiusa la stagione delle grandi alleanze, il nostro partito dovrà diventare il perno di un nuovo centrosinistra. L’attuale fase politica va avanti dal 2011 e, credo, durerà ancora qualche anno. Noi abbiamo il dovere di lavorare in prospettiva, di farci trovare pronti alla nuova sfida.

Intanto, anche se a fatica, sembra si torni a parlare finalmente di Sud.

La questione settentrionale ha rimosso per un po’ di tempo dalle coscienze i problemi del Mezzogiorno. E’ chiaro che servono politiche mirate, c’è bisogno di cambiare marcia, non dimenticando che il pensiero meridionalista è stato sempre un architrave della sinistra.

Lei su cosa punterebbe per cambiare marcia?

Credo ci sia prima di tutto bisogno di rivedere i modelli di sviluppo di riferimento. Le classi dirigenti meridionali devono sforzarsi di elaborare progetti condivisi, di coinvolgere i territori e le comunità per ricostruire un rapporto con le popolazioni, in molti casi disperso. Non è più tempo di progetti e proposte calate dall’alto.

La nuova programmazione comunitaria 2014-2020 punta sui grandi progetti ed obbliga di fatto il Sud a stare insieme, a definire proposte condivise. Crede sia un’impresa possibile?

Beh la strada può essere questa, e non solo per gestire al meglio i fondi comunitari. Credo che le classi dirigenti locali debbano imparare a confrontarsi e lavorare di concerto, pur con i dovuti distinguo, perché non si può ignorare che ci siano tanti Mezzogiorno che, in questi anni, si sono mossi spesso con velocità diverse. Rendere omogeneo, voler omologare un’area così ampia di territorio sarebbe un errore, ma lavorare su progetti e idee condivise si può e si deve, e non solo al Sud.

 

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