Startupper, questi (s)conosciuti

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Sempre più spesso, nel nostro Paese, si sente parlare di startup, in generale, e di startup innovative, più nello specifico. L’attenzione di governo, finanziatori, opinione pubblica è sempre più concentrata su un fenomeno così recente, ma tanto antico. Correttamente il termine startup dovrebbe riferirsi alla fase di avvio di una qualsiasi attività imprenditoriale, sia essa innovativa o meno. Pertanto usare i termini startup e nuovi imprenditori (startupper) come sinonimi di innovazione, è profondamente errato. Questa confusione, però, nasce dalla scarsa conoscenza del fenomeno, sebbene ci sia una diffusa convinzione che si tratti di un fenomeno variegato e parcellizzato. Nell’immaginario collettivo il neo imprenditore – innovativo – coniuga al proprio genio la facilità di acquisire una innovazione condivisa, come avviene nell’ecosistema della Silicon Valley.

Molto spesso, almeno in Italia, la situazione è completamente diversa. Molte startup, soprattutto quelle innovative, nascono e si sviluppano nella mente dell’imprenditore. È difficile, anche se meno impossibile rispetto a qualche anno fa, ritrovare dei sistemi di fertilizzazione delle idee, grazie ai quali lo startupper riesce a ideare, sviluppare, organizzare e definire la propria attività di impresa. Molto spesso il neo imprenditore è solo o accompagnato da qualche amico (che non a caso è definito fools, nella terminologia anglosassone) col quale condivide passioni, tempo e sogni di fama e di gloria.

Se l’idea di startup è ancora molto confusa, quella di startupper è totalmente avvolta dalla nebbia. Una delle più recenti indagini sugli stratupper italiani, è stata condotta da ItaliaStartup e pubblicata a metà settembre di quest’anno. I risultati hanno permesso di diradare alcuni dubbi e hanno cercato di costruitre un vero e proprio identikit. Dall’indagine, condotta su un campione di oltre 400 startup, emerge che i neo startupper hanno un’età prevalentemente compresa fra i 30 e i 49 anni. Questo primo dato permette di capire che non ci ritroviamo così spesso dinanzi a giovani talentuosi, ma a professionisti-imprenditori impegnati a livello professionale, prima di creare un’impresa (innovativa). La prima considerazione è che l’idea di impresa nasce, spesso, dalla grande conoscenza del proprio settore, dall’individuazione di soluzioni che permettano di superare le criticità individuate nello svolgimento della propria attività. Non è un caso che una percentuale elevatissima (circa il 70%) degli startupper, prima dell’avvio della propria attività imprenditoriale, ha lavorato in azienda mediamente per periodi ricompresi fra i 5 e i 10 anni. La principale conseguenza di tutto ciò è che l’innovazione generata da queste professionalità potrebbe innescare progetti di alta specializzazione che porterebbero alla creazione di cluster specifici. Questo fenomeno potrebbe essere favorito anche dall’altro elemento comune a molti startupper: il loro livello di preparazione. Il 33,5% dei nuovi imprenditori, infatti, ha concluso il percorso di studi con una laurea di secondo livello, il 32,9% ha conseguito un master ed è presente anche una piccola percentuale (5,2% dei founder) di imprenditori che hanno conseguito un dottorato. Si tratta di donne e uomini che comprendono bene il grande valore dell’innovazione e della condivisione delle conoscenze, tratto tipico dei sistemi di open innovation.

Professionalità, grado di istruzione elevato, propensione alla condivisione di idee e conoscenze, ottima conoscenza del business in cui operano, sono questi i tratti comuni degli imprenditori (innovativi) italiani. Questi pochi ma importanti elementi permettono di definire in modo più chiaro la composizione delle startup italiane. Ed è su questi elementi, comuni a molti starupper, che dovrebbe focalizzarsi l’attenzione delle istituzioni (governative e non) che dovrebbero supportare questo fenomeno. L’ecosistema startup, infatti, ha bisogno di meno interventi ma più mirati; esso necessita di maggiore attenzione ma di minor confusione. Si tratta di un sistema complesso e variegato che non può aspettare i tempi troppo spesso lunghi e riflessivi della burocrazia italiana, ma di risposte veloci e certe, in grado di  generare e garantire valore condiviso.

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Matteo Rossi è un ricercatore di Finanza aziendale all’Università degli Studi del Sannio (Benevento). I suoi principali interessi di ricerca riguardano la finanza di impresa, il finanziamento all’innovazione e alle startup, le relazioni fra strategia e performance finanziarie, il wine business e lo sviluppo locale. È autore di circa 50 articoli scientifici pubblicati su riviste nazionali e internazionali, alcune delle quali sono state premiate con riconoscimenti a livello internazionale. È attualmente Vice Presidente per le Relazioni Internazionali dell’EuroMed Research Business Institute (EMRBI).