Riforma Madia, cosa cambia nelle spa pubbliche

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Il ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia
Il ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia

E’ in arrivo una rivoluzione per le spa locali, le aziende, per lo più controllate dai Comuni, che offrono servizi pubblici d’interesse generale: dalla fornitura dell’acqua alla gestione dei rifiuti, dal trasporto all’energia. La bozza del decreto attuativo della riforma Madia obbliga a ridisegnare il complesso puzzle, promuovendo le aggregazioni attraverso la formazione di ‘distretti’. Il governo punta anche sulla trasparenza, con l’istituzione, presso il ministero dello Sviluppo Economico, di un Osservatorio ad hoc. Il Testo Unico sui servizi locali viaggia in parallelo con quello relativo alle partecipate, che guarda all’universo delle aziende con capitale pubblico. Si tratta di 7.767 imprese, almeno stando a quelle attive, secondo gli ultimi dati dell’Istat. L’obiettivo in questo caso non è solo accorpare, ma eliminare, ricorrendo al fallimento, tutte quelle che sono state definite ‘scatole vuote’. Si tratterebbe di un megataglio, che porterebbe ad un dimezzamento delle poltrone. Insomma l’esecutivo Renzi non vuole fare di ‘tutta un’erba un fascio’. E distingue tra le aziende che creano valore, offrendo direttamente servizi al cittadino anche sulla base di un’impostazione industriale, dalla selva di società strumentali che offrono servizi esclusivamente alla P.A. Ecco quindi il perché di un provvedimento specifico sui servizi locali. Si tratta di un Testo Unico, che fa il punto sulla materia riprendendo anche le discipline di settore già in vigore. Ma le novità non mancano: innanzitutto si spinge sui cosiddetti “ambiti o bacini territoriali ottimali” che faranno capo a un ente di Governo apposito, che può anche coincidere con la città metropolitana o l’ente di area basta (l’ex Provincia). Si invita a uscire dalla logica per cui ogni Comune ha una sua società, allargando i confini per “organizzare lo svolgimento dei servizi a rete” in cluster, “tali da consentire economie di scala e di differenziazione idonee a massimizzare l’efficienza del servizio”. E se le Regioni non procederanno alla definizione dei distretti entro 180 giorni, sarà lo stesso Consiglio dei ministri a farsene carico, dopo un tempo supplementare che non potrà superare i tre mesi. Non solo, il decreto apre anche la strada all’introduzione nel sistema italiano del ‘debat public’ francese, per cui potrà essere indetta una consultazione pubblica per decidere quali siano i servizi da lasciare al mercato e quelli da mettere in mano pubblica. In generale, il decreto cerca di mettere dei paletti ai regimi di esclusiva, prevedendo un monitoraggio specifico entro “sei mesi” dall’entrata in vigore del provvedimento. Il testo include un giro di vite sugli incarichi, affinché “le funzioni di regolazione, di indirizzo e di controllo e quelle di gestione dei servizi pubblici di interesse economico generale sono distinte e si esercitano separatamente”. Scadenzati anche i controlli, il cui rispetto è rafforzato dalla previsione di multe. Più chiarezza, infine, sulle tariffe applicate. Il discorso sulle partecipate pubbliche tocca piu’ punti, oltre alla sforbiciata sulle società ‘inutili’ c’è anche la stretta sugli stipendi dei manager e la riaffermazione, stavolta come regola generale, dell’amministratore unico al posto del Cda (solo con un provvedimento motivato si possono aumentare le ‘teste’ ma sempre nel limite di 5). Il combinato disposto dei due testi unici dovrebbe portare, tra tagli e accorpamenti, al passaggio da mille a ottomila aziende, come più volte sottolineato dal premier. Intanto la Cgil invita a pensare ai dipendenti delle partecipate, in tutto, ricorda il responsabile Settori Pubblici Michele Gentile, “poco meno di un milione”.

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