Avvocati, crollano le iscrizioni alla cassa forense

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Rapporto Sole 24 Ore

Un titolo di laurea, una toga in spalla e un reddito da fame. E’ impietosa la fotografia di una professione, quella di avvocato, secondo i dati forniti per il 2015 dalla Cassa forense, l’isituto di previdenza e assistenza. Nello scorso anno 8000 professionisti hanno deciso di abbandonare la toga, non rinnovando l’iscrizione alla Cassa, non versando quindi una quota annuale che va dai 70 ai 205 euro. In Italia sono 240mila gli avvocati che esercitano la professione, 5 volte in più della Francia, anche se non tutti la praticano come attività principale. E la mancata iscrizione alla Cassa Forense, divenuta obbligatoria del 2014, riguarda appunto chi esercitava a “tempo perso”. Ma questo non basta a spiegare un numero così sinigificativo, secondo il presidente della Cassa Forense Nunzio Luciano. Agli 8000 addii alla toga si aggiungono 80mila professionisti che dichiarano un reddito “da fame” e che con ogni probabilità saranno spinti nel prossimo futuro a non rinnovare l’iscrizione all’istituto di previdenza. I più penalizzati sono i giovani e le donne soprattutto, il cui reddito è valutato la metà di quello dei colleghi uomini. Soffrono anche le fasce intermedie, che si adattano a seguire tutte le strade e non hanno una specializzazione. La ragione del declino della professione è da ricondurre anche alla crisi economica e ai tempi lunghi della definizione di un giudizio. Il ricorso al tribunale per dirimere questioni anche e soprattutto civilistiche viene considerato quasi un lusso. Anche la difesa d’ufficio non consente a un professionista di sbarcare il lunario. Per fare un esempio, un divorzio con figli, una delle fattispecie che richiede ancora la valutazione del giudice e dunque l’assistenza di un legale, può essere remunerato con 100 euro. E incassare le parcelle professionali è diventato più complicato. I tempi di sono allungati, al punto che l’ordine degli avvocati preme per l’introduzione di norme che riducano i tempi di pagamento per  i soggetti meno abbienti. E’ una professione che non affascina più e nemmeno viene considerata una riserva strategica per i tanti iscritti a Giurisprudenza. Motivo per il quale l’ordine scarta l’ipotesi dell’introduzione del numero programmato all’università: non servirebbe a contenere il mercato. L’errore è da ricercare, secondo le toghe, nell’abolizione delle tariffe minime. Una riforma che avrebbe avvantaggiato le compagnie essicurative, veri monopolisti, che retribuiscono sempre meno le prestazioni legali, scatenando un ribasso continuo a scapito della qualità.

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