Il solito (grande) Ovadia: basta strumentalizzare la Shoah

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Moni Ovadia

Dissacrante, come sempre. E diretto. Lui è Salomone Ovadia, detto Moni (Plovdiv, 16 aprile 1946),  attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante italiano. Lui incarna alla perfezione l’umorismo dissacrante della cultura Yiddish. Lui recita alla perfezione le barzellette pungenti della tradizione ebraica. E canta le melodie zigane e le sonorità klezmer. Moni Ovadia protagonista di un mix emozionale per celebrare la Giornata della Memoria, declinata in quattro momenti che coinvolgeranno il Teatro “Carlo Gesualdo” e il Conservatorio “Domenico Cimarosa” di Avellino. E’ arrivato oggi per un incontro pubblico nel foyer del Teatro “Carlo Gesualdo”, organizzato in collaborazione con l’assessorato alle Politiche sociali guidato da Marco Cillo (presente anche l’assessore alla Cultura, Teresa Mele), che vedrà protagonisti gli alunni della Scuola media “Perna – Alighieri” e quello del Liceo delle Scienze Umane “Publio Virgilio Marone”, che ogni anno porta i suoi studenti a visitare il campo di concentramento di Auschwitz Birkenau in Polonia.

L'assessore Mele, Moni Ovadia, l'assessore Marco Cillo, il presidente del Teatro, Luca Cipriano
L’assessore Mele, Moni Ovadia, l’assessore Marco Cillo, il presidente del Teatro, Luca Cipriano

“Credo che occorra cambiare prospettiva ed ottica – dice senza peli sulla lingua Ovadia -. Proporrei di cambiare il nome di giorno della memoria in giorno delle memorie. Anche se ci limitiamo a quel periodo, è necessario sottolineare che sono stati molti i genocidi di massa. Oggi credo che la Shoah venga strumentalizzata per altri scopi, sta diventando il giorno della falsa coscienza e della retorica. Si è passati dallo sterminio degli ebrei alla israelizzazione della Shoah. Perché i politici furfanti, invece di dire: mi sento israeliano, non dicono mi sento rom – fra i 500mila e gli 800mila uccisi solo ad Auschwitz – ? Perché non dicono mi sento omossessuale, mi sento slavo, mi sento menomato? Distinguere tra le vittime è uno schifo, Primo Levi non ha scritto: “Se questo è un ebreo”, ha scritto “Se questo è un uomo”. “Inoltre – prosegue – noi italiani abbiamo un problemino, altro che italiani brava gente. Ce n’era allora e ce n’è oggi, certo. Ma non tutta la nazione era di brava gente, perché c’era un regime fascista, un regime di genocidi. Dunque, finiamola con questa stronzata, facciamo come i tedeschi: dobbiamo fare i conti con la nostra storia”. Alle ore 16:30, Ovadia si sposterà al Conservatorio “Domenico Cimarosa” dove incontrerà docenti ed allievi per una lectio magistralis sulla Giornata della Memoria. L’incontro sarà coordinato dal vice direttore Carmelo Columbro e dai professori Tiziana Grande e Giacomo Vitale.  Alle ore 21:00, invece, le porte del “Gesualdo” si apriranno per ospitare lo spettacolo “Cabaret Yiddish”, organizzato in sinergia con il Teatro Pubblico Campano e inserito nel cartellone di “Teatro Civile”. m2Lo spettacolo verrà replicato mercoledì 27 gennaio, alle ore 10:30, con una matinée dedicata agli alunni delle scuole medie e superiori di Avellino e provincia.  La lingua, la musica e la cultura Yiddish, quell’inafferrabile miscuglio di tedesco, ebraico, polacco, russo, ucraino e romeno, la condizione universale dell’Ebreo errante, il suo essere senza patria sempre e comunque, saranno al centro di “Cabaret Yiddish”, spettacolo da camera di e con Moni Ovadia che dividerà la scena con Maurizio Deho’ al violino, Paolo Rocca al clarinetto, Alberto Florian Mihai alla fisarmonica e Luca Garlaschelli al contrabbasso. Lo spettacolo ha la forma classica del cabaret e alterna brani musicali e canti a storielle, aneddoti, citazioni mescolate insieme in una modalità gustosa e vivace. Lo spettacolo sarà interamente dedicato a quella parte di cultura ebraica di cui lo Yiddish è la lingua e il Klezmer la musica. Uno spettacolo che “sa di steppe e di retrobotteghe, di strade e di sinagoghe”. Tutto quello che lo stesso Ovadia chiama “il suono dell’esilio, la musica della dispersione”. In una parola sola la diaspora.

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