Auschwitz non esiste

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A Giovanni viene spontaneo: “Please, a little bread”. Il mio inglese è da cani, lei mi guarda e però capisce. “Water”. Ho visto il tavolo, le sedie, le pareti grige e la stanza spoglia e gelida. Seduti per pochi minuti, dovevano ascoltare. Pochi minuti in cui un tedesco rovesciava accuse e quello di fronte non capiva neppure. Meglio, ho pensato. E invece no, sapeva comunque che qualunque cosa avesse detto il tedesco, fuori c’era il muro e c’era un altro tedesco. Meglio, ho pensato ancora. Avessero potuto scegliere, tutti avrebbero preferito il muro. “Please, water”. Al pane ho rinunciato, non mi veniva “Bread”. Io posso rinunciare. Come si dice “pane” in tedesco? E a loro che gliene fregava? potevano rinunciare? potevano scegliere?

Auschwitz è un’enorme distesa bianca. C’è la neve, che non è neve italiana. E’ polvere bianca di ghiaccio. Le scarpe non affondano come nella neve italiana. Tomek l’aveva detto, “Non fate gli eroi: mettete tutte le maglie che avete”. Sì, ma i piedi? Solo ai russi lasciavano i vestiti che avevano. Per tutti gli altri, pantaloni e casacca grigi a strisce. Alle donne una gonna e un camice. Sì, ma i piedi? zoccoli, scarpe stravecchie e rotte. I russi non erano fortunati. I russi erano miserabili, più miseri di un detenuto di Auschwitz Nessuno ha fatto l’eroe e tutti battono i denti comunque. Scrollo il gelo dalle gambe, ogni tanto mi ricordo di averle ancora, guardo le casacche e le camicie, ma soprattutto gli zoccoli olandesi e le tomaie di cuoio che hanno ancora qualcosa che possa essere calzato. Come si viveva? non si viveva, dice Tomek, si vegetava. E il freddo ne ha decimati tanti. Dal freddo ci si difende anche mangiando: un pezzo di grasso alla settimana. La studentessa del Vomero rifiuta la zuppa. Non le piace l’odore, galleggia troppo condimento, i crostini di pane sono fritti.
Tomek, quello è pane nero? E’ pane! 300 grammi al giorno, ma solo ai detenuti. Tomek, nel suo italiano provvisorio, pronuncia “detenuto” come se fosse un titolo nobiliare. Evoca privilegi. 300 grammi di pane solo ai detenuti. “solo” significa che c’erano altri, quelli che non erano liberi e non erano prigionieri. Arrivavano, aspettavano di essere schedati e nel frattempo morivano, nudi in uno spogliatoio nudi in un cortile. E senza più nome, senza neppure un tatuaggio.
Tomek snocciola numeri, tutti a tre zeri. Parla di migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia. E sembrano numeri astratti, quelli da analisi matematica, che nel negozio dietro l’angolo non incroci mai. Numeri lontanissimi. Li snocciola e poi apre il varco in uno stanzone. Montagna di capelli, montagna di occhiali, montagna di scarpe, montagna di valigie, montagna di pentole. Perché montagne? vuoi capire i numeri? vuoi toccare le migliaia, le decine di migliaia, le centinaia di migliaia? guarda quelle montagne. Tomek non lo dice, ma lo pensa. Tomek ha gli occhi azzurri e pochi capelli biondi e li tocca quando racconta dei bimbi polacchi che il Reich decise di allevare come tedeschi. Genitori, nonni, zii deportati e uccisi, ma i bimbi con gli occhi azzurri e i capelli biondi no. E così in Germania ci sono polacchi, figli di polacchi che sono convinti di essere veri tedeschi.
E non metteranno mai piede ad Auschwitz o a Birkenau. Birkenau è un’altra distesa bianca, una sconfinata distesa senza mura di cinta, solo filo spinato e quell’arco possente sopra i binari che finisce in qualunque film. Tomek, qualcuno è fuggito? sempre qualcuno scappa, ma non è detto che resista. E Tomek sciorina la storia di due giovani ebrei che si sono conosciuti proprio lì. Lui meccanico, lei sarta. Lui aggiustava la macchina di Hoss, lei cuciva e ripuliva le divise dei tedeschi.
Decisero di scappare. Lei con una divisa si finse Hoss, Lui il suo autista. Uscirono dal campo in macchina e dall’ingresso principale. Ce la fecero, durò solo 5 giorni. La recinzione alta, le torrette, gli spazi enormi tra una baracca e l’altra. E tutto piano, vuoto, ché nascondersi per scampare i controlli è impossibile. Incalzo Tomek. Come? cosa hanno fatto? Sono lì dentro da un’ora e già penso alla fuga. Ci sono riusciti soltanto quelli che lavoravano fuori. Dentro, fuori, il filo spinato, niente mura di cinta, lavoro, scheletri rivestiti dalla pelle. Tomek, ma fuori allora sapevano!
Tomek ci invita in una baracca. Dentro un lavatoio che copre tutta la lunghezza. I tubi, i rubinetti. “Ma a Birkenau non c’era acqua. Poca, qualche volta. Fango tanto”. Niente acqua per lavarsi e tanto fango fuori. Ma perché tanta ingegneria? “La croce rossa era severa”. A modo suo o con ispettori stupidi e ciechi. Birkenau era un campo di detenuti che aspettavano la morte. Ma qualcuno è scappato. Pochi, niente di fronte alle migliaia, alle decine di migliaia, alle centinaia di migliaia, ai milioni. Eppure, una volta dentro, una volta in mezzo a quelle baracche, alle torrette, ai viali coperti di ghiaccio, che sciolto lascia il fango, il primo pensiero è per la fuga, per la via di uscita. Tomek, ma intorno non ci sono mura, fuori sapevano? Passano due strade nazionali, certo che si sapeva e lo sapevano anche gli inglesi, i russi, prima che la guerra finisse.
Bugiardi, celebrano anche l’ora: 11,45 del 27 gennaio 1945. I russi conquistano Birkenau Auschwitz. E invece sapevano. Sapevano che i loro avevano gli stessi abiti di quando erano stati presi. Miserabili vestiti, più miseri di quelli di un detenuto.
In cammino, lento, fino al lago delle acque nere. Tomek, ma sono nere davvero? I tedeschi lo riempirono delle ceneri del campo e le acque divennero nere. Ma lo sono ancora? Ancora, ma oggi non si vede. Il lago è ghiacciato, non c’entra però. C’è la fiaccolata, ci sono i superstiti, ci sono capi di stato, ufficiali. Ci sono divise a Birkenau. La zona è chiusa. Li guardo da lontano. Sono in fila per la loro cerimonia, con la candela, la bandiera bianca e azzurra con la stella a sei punte. E tante altre bandiere. Ad Auschwitz e a Birkenau non finivano soltanto gli ebrei. Nessuno sa degli zingari, nessuno dice dei polacchi, nessuno pensa ai musulmani. Era un ammasso indistinto di carne, lamenti e lingue diverse. In quattro, nei sotterrani del blocco 11 stavano in una celletta di 90 centimetri per 90, senza finestra, con una porticina di 50 centimetri. Ci entravano come cani nella cuccia, ma stavano in piedi come cavalli a dividersi un buco nella parete per prendere aria.
Tomek, come facevano a parlarsi se erano tutti di nazioni diverse? Dovevano resistere al massimo 7 giorni. Perché? Metto i piedi uniti nella celletta. Tomek, quattro non ci stanno… Ma non erano quattro come me, come Francesca, o Gianni, o Gabriele. C’è una foto gigantesca sulla parete. E’ una donna, potrebbe essere un uomo. Gli americani l’hanno curata e quel corpo ha già un mese di libertà. Ma è pelle che ricopre uno scheletro. La fame mangia prima il grasso, poi i muscoli e poi comincia a mangiare il cervello. Tomek dismette il tono leggero che ha impostato per la visita. “Quando la fame comincia a mangiare il cervello, non c’è più scampo”. A tavola Gianni chiede il vino. “Not a glass, a bottle, please”. Il freddo è finito nella schiena. Ha mangiato i piedi, si è aggrappato alle gambe e ora risale per la schiena. Non si regge, il freddo alla schiena. “Not a glass, but a bottle of red wine, please”. L’avevo detto prima di salire in pullman: portiamoci del vino, sennò il freddo ci mangerà. Niente vino, la cameriera serve birra. E’ come l’acqua: fresca e leggera. La zuppa non è buona e non è cattiva. “E’ calda” dice lo studente che ha appena elogiato la vodka polacca. “Non costa niente. L’abbiamo comprata ieri sera al supermercato e poi abbiamo passato la notte tra i locali del centro”. Si sono organizzati i ragazzi. Tomek aveva detto che Cracovia ha 25 università. L’ha detto agli studenti, pensando di essere invidiato. Loro hanno associato: università-giovani-locali.
E’ calda la zuppa. Quando la portano, nessuno infila il cucchiaio. E’ in una scodella e attorno ci sono le mani arrossate dal freddo. Una montagna di scodelle di latta, di pentole che trattenevano meglio il calore della zuppa. La ingurgitavano in fretta, la zuppa calda, non buona, non cattiva… calda. E il calore restava ancora qualche minuto nella scodella con le mani arrossate intorno. All’università ci andranno anche i tre che mi stanno di fronte. Per ora studiano in un istituto tecnico. Perché proprio loro ad Auschwitz?
L’insegnante che li accompagna risponde fiera: “Ho premiato le eccellenze”. Buoni voti, buona condotta e sono eccellenze. Non ci chiamo nemmeno più il prefetto o il vescovo “eccellenza”. Eccellenza sta nei discorsi dei ministri, dei governatori. E loro la chiamano “prof”.
Chiedo alle eccellenze cosa hanno visto ad Auschwitz. Rispondono come risponderebbero a un’interrogazione. Faticano sul congiuntivo, ma “beer” lo dicono bene. Passo il pane. Il servizio è lento e il prossimo cestino arriverà tra mezzora. E’ un modo per dire loro “tranquilli, non dispenso voti, al massimo passo virgolettati a modo mio e, se non vi è venuta bene, potete ripetere”. Ad Auschwitz non si passavano il pane. Tutte bugie. E quelli che scappavano sapevano che il capoblocco avrebbe fucilato dieci compagni. Ma scappavano, ci provavano.
Tomek indica la palazzina delle cucine. E’ grande e lo ripete più volte: ogni blocco aveva la sua e chi ci lavorava era un privilegiato. Eccellenze, che però non mangiavano più degli altri. Le nostre eccellenze le ho viste giocare a palle di neve, mentre il gruppo si era disperso intorno alle camere a gas saltate in aria. Auschwitz non esiste. Nessuna città si chiama Auschwitz. Vicino al campo c’è Oswiecim. Tomek dice che solo gli slavi sanno pronunciarla. “Oscvìcim”, ripete due o tre volte. Ci provo, non mi viene così facile. Quanta gente fa Oswiecim? quante case? quante famiglie? perché nessuno si è accorto di Auschwitz?
Oswiecim per una decina di anni non è esistita. I tedeschi hanno smontato le case nel ’40 e hanno sloggiato i polacchi che ci abitavano. I mattoni li hanno portati a Birkenau e ne hanno fatto prigioni, latrine, muri. Quando se ne sono andati, i polacchi si sono ripresi terre e mattoni.
Esco dall’ingresso principale. Fisso la scritta, che non è quella ritrovata e restaurata. Non l’hanno rimessa ancora a posto. Ma la “B” è capovolta anche nella copia che vedo riflessa. L’ultima domanda per Tomek: quanti l’hanno vista riflessa?

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