Amatucci: la scuola che forma gli ottici del futuro

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Sabino Nicodemo, docente di Optometria

C’è chi ha trovato lavoro a New York, presso la prestigiosissima Moscot; chi in Inghilterra oppure in aziende di successo in Italia. Il dato sicuramente più interessante, comunque, è che otto ragazzi su dieci –  appena diplomatisi all’istituto “Alfredo Amatucci” di Avellino in “Servizi socio-sanitari” nell’articolazione “arti ausiliare delle professioni sanitarie, ottico” –  hanno trovato un’occupazione. E, di questi tempi, non è un dato di poco conto. Per l’Amatucci, brillantemente coordinato da Maria Teresa Brigliadoro, dirigente dell’istituto, sembra però essere una regola, quella di dare un immediato sbocco lavorativo. Merito della dirigente, certo, ma anche di un corpo docente professionale, specializzato e preparato e, per molti versi, entusiasta del proprio lavoro. Ne sono un esempio classico i professori Sabino Nicodemo, Elena Colarusso e Carla Reppucci del Settore Ottico. Un settore sempre più all’avanguardia, grazie anche ad importanti scelte fatte dalla scuola stessa. L’ultima, la più importante, è stata quella di investire sulle nuove tecnologie, dotando l’istituto di laboratori altamente specializzati che consentono di effettuare ricerca e diagnosticare malattie della vista particolarmente diffuse, tra le quali il cheracotono, malattia degenerativa della cornea. Anzi, proprio su questa patologia,  da qualche anno la scuola è impegnata a studiarla nei minimi dettagli e a portare a conoscenza della popolazione dalla diagnosi alla cura. “Ci troviamo in una provincia, l’Irpinia – spiega il professore Nicodemo – che ha il più alto indice di cheratocono in Italia, insieme alle zone interne della provincia di Lecce. La malattia è geneticamente determinata, ma è particolarmente diffusa, per l’appunto, nelle aree interne, mentre è quasi assente nelle zone di mare”.

L’Amatucci si sta ponendo ormai all’avanguardia nel settore. Per curare il cheracotono sta portando a conoscenza di tutti le tecniche di più recente applicazione, tra cui il cross linking, che come spiega il Nicodemo, “è l’instillazione di una sostanza, la riboflavina, sulla superficie corneale. Addirittura oggi viene effettuata con iontoforesi, cioè con l’utilizzo di una corrente continua che permette l’introduzione del farmaco per via transcutanea, il che significa non stressare l’occhio con la rimozione dell’epitelio. Questa sostanza penetra nella cornea in modo da rinforzare i legami che sono indeboliti per effetto del cheratocono. È una tecnica formidabile – commenta -, perché aiuta ad evitare l’avanzamento della malattia”. E poi, di notevole importanza, sono gli investimenti fatti in tecnologie avanzate. “Con l’acquisto del topografo L79 – prosegue il professor Nicodemo – la scuola, che poi effettua anche refertazione, riesce a individuare il cheratocono anche in una fase embrionale della malattia, evidenziando l’indebolimento dei legami attraverso la cosiddetta mappa colorimetrica dove una cornea sana appare interamente verde e una affetta da cheratocono presenta invece immagini cosiddette a coccarda, di colore rosso, che corrispondono alle aree di erniazione della cornea, che non è più sferica ma diventa appunto a cono”. “Di qui l’importanza della possibilità da parte dell’istituto Amatucci di portare a conoscenza dell’intera provincia le tecniche di riabilitazione e cura del cheratocono, come le Intacs, anellini intrastromali che servono a centrare il cheratocono, o addirittura la vecchia tecnica PRK – aggiunge Nicodemo -, che serviva a togliere la miopia, ma viene utilizzata oggi per modellare la punta del cheratocono e renderla regolare, insieme all’instillazione di riboflavina in modo da offrire al paziente una acuità visiva maggiore, dal momento che la malattia provoca un calo progressivo del visus”. “Le nuove tecnologie permettono oggi di evitare il trapianto di cornea che qualche anno fa era un passaggio obbligato – spiega ancora il docente -, quando la vista dei pazienti poteva calare anche fino a 1/20. Oltretutto – aggiunge -, prima si riteneva che l’insorgenza della malattia arrivasse dopo i vent’anni per fermarsi attorno ai 40, ma oggi abbiamo trovato anche ragazzi di 14 o 15 anni affetti da questa patologia e anche in fase abbastanza avanzata, come pure persone oltre i quarant’anni che presentavano ancora un’evoluzione della malattia. Per questo portiamo i nostri ragazzi a lavorare su attrezzature all’avanguardia, strumenti costosi come il topografo che ha richiesto un investimento di 20mila euro e che a volte neanche gli oculisti possono permettersi, per dar loro la possibilità di essere pronti e bravi ad utilizzare le strumentazioni che oggi stanno prendendo sempre più piede”. Molto importanti sono anche le attività svolte nell’ambito dell’alternanza scuola lavoro che porta gli studenti ad operare presso ditte e negozi di ottica con un vero e proprio contratto di lavoro per un periodo di due oppure tre mesi. Per i ragazzi di terza, quarta e quinta sono previste 400 ore. Quest’anno sono 160. Da quest’anno le ore di formazione on the job saranno anche valutate, faranno quindi media nella valutazione finale del singolo alunno. La maggior parte delle ore sono previste in azienda, cinque poi saranno dedicate alla sicurezza e quattro si terranno presso l’Ordine dei Medici. “Dal primo al 17 marzo, i nostri ragazzi saranno “assunti” dalla Fabbrica dell’Occhiale, Gruppo Optipoint, di Caserta”, spiega Elena Colarusso. “Per loro non solo sarà una bellissima esperienza. Ma sarà soprattutto molto formativa, perché entreranno in contatto, in modo pratico, con il mondo del lavoro. Saranno formati a 360°, insomma”. Dal 26 al 28 febbraio, i ragazzi del settore Ottico dell’Amatucci saranno anche alla Mido, la Mostra Internazionale di Ottica, Optometria e Oftalmologia che si svolge ogni anno a Milano. Oggi Mido è la fiera internazionale leader del settore occhialeria. Tutto questo fa sì che, conclusi gli studi, gli allievi dell’Ipia Amatucci sono di fatto pronti a cominciare la vita lavorativa. Grazie alle ore trascorse nei laboratori gli studenti sono infatti in grado di produrre autonomamente lenti graduate per la correzione di diversi difetti visivi, nonché di procedere alla loro colorazione e decolorazione. Attività che gli studenti svolgono sia con l’ausilio di macchinari programmabili per il taglio delle lenti, ma anche e soprattutto alla vecchia maniera, modellando i cristalli con le macchine molatrici. Al termine del percorso formativo ottengono “la qualifica di ottico optometrista, l’unica riconosciuta in Italia – spiega il professor Nicodemo -, e il loro titolo di studio è spendibile anche all’estero. Diversamente – precisa -, i titoli di studio conseguiti in altri Paesi non sono riconosciuti automaticamente in Italia, ma è necessario sostenere un esame. Infatti, solo l’istituto professionale forma gli ottici optometristi, che poi lavorano in stretta collaborazione con gli oculisti. Si tratta di esclusive presenti solo in questa scuola”.

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