Zecchino: il Sud riparte con ricerca e formazione

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“Alla base del degrado del Sud ci sono i pochi investimenti in ricerca e formazione. Per ripartire c’è bisogno di voltare pagina, ma le politiche nazionali vanno in altra direzione”. Ortensio Zecchino, presidente del centro di ricerca Biogem, scruta l’orizzonte e scuote la testa. “La speranza c’è sempre, ma bisogno fare in fretta. Noi ce la stiamo mettendo tutta, ma spesso siamo soli”. Soli ed isolati. La struttura arianese sorge infatti in un’area periferica, anche se Zecchino non sembra farsene un cruccio. “Per partire avevamo l’esigenza di appoggiarci ad una preesistenza ed individuammo questa palazzina nata come polo informatico del Parco Scientifico e Tecnologico di Salerno. A Dulbecco, tra i padri fondatori del Biogem, ho spesso manifestato la mia preoccupazione per la perifericità della nostra struttura, ma lui è stato sempre molto rassicurante, ricordandomi che il Salk Institute è stato realizzato nel deserto”. Fuori dalla finestra il vento impazza, protagonista assoluto di una giornata grigia e piovosa. Il Biogem ha ridato dignità ad un’area scossa da qualche tentativo mal riuscito di insediamento industriale ed ora ai margini di un processo di sviluppo solo accennato. “Secondo Dulbecco – continua – le chiavi del successo sono molto legate alla comunità scientifica, alla persone e quindi un gruppo di lavoro che vive in una sorta di continuità di rapporti produce molto di più. Nelle grandi città, finito il lavoro, ci si disperde fino al giorno successivo. Invece, in una piccola realtà come la nostra, c’è una condivisione continua che può diventare proficua”.

Presidente, il Biogem opera da anni nella ricerca genetica. Ha al suo attivo risultati importanti, eppure sembra ancora ai margini dei grandi circuiti della ricerca nazionale.

C’è innanzitutto un gap di comunicazione che fatichiamo a colmare. Ci sono sicuramente delle nostre carenze, ma c’è anche la chiusura dei mass media a valutare nuove realtà, concentrando la loro attenzione sempre su circuiti ben noti e definiti. Eppure, con cento unità, di cui sessanta ricercatori giovani e qualificati, siamo la più grande impresa locale. La nostra ricerca genetica dà un contributo importante: non dimentichiamo che anche chi vince il Nobel è il terminale di un’attività complessa, della quale noi siamo spesso parte integrante. Abbiamo partecipato, ad esempio, al progetto internazionale di studio della composizione molecolare del glioma. Abbiamo  fatto la scoperta di un gene corresponsabile del carcinoma polmonare, della psoriasi. Purtroppo la ricerca, in Italia, sembra muoversi sempre negli stessi ambiti ed il governo non ci dà certo una mano a ridisegnare i confini della conoscenza.

Perché? Quali colpe imputa a Renzi?

Mi sembra evidente che Renzi e il suo governo stiano puntando tutto sulla Lombardia, una realtà in cui c’è una grande concentrazione di attività di ricerca e che ora, con la trasformazione dell’area dell’Expo in un complesso di ricerca biotecnologica, sarà dotata anche di un’altra struttura. E’ chiaro che certe concentrazioni penalizzano le realtà più marginali, penalizzate anche dal taglio dei servizi primari. Ad Ariano, ad esempio, una volta c’erano ferrovia e tribunale. Oggi viviamo in un contesto molto difficile che si inserisce in una realtà, come quella campana, già di per sé squilibratissima su Napoli, con le sue vocazioni e le tante problematiche che la contraddistinguono.

Come può ripartire il Sud?

Investire in formazione e ricerca è la strada obbligata per rivitalizzare certi territori ed evitare un ulteriore congestionamento delle grandi città. La principale causa del degrado del Sud è il ritardo accumulato proprio in questi settori strategici. Non dimentichiamo che per circa 700 anni il Mezzogiorno d’Italia ha avuto una sola università, quella di Napoli. Da ministro avevo immaginato una misura ad hoc per il Sud, introducendo nel riparto un meccanismo di accantonamento di una quota del sostegno statale da destinare agli atenei ubicati nelle aree Obiettivo 1, penalizzati dall’impossibilità di vendere, a differenze di quelle del Nord, servizi di alta formazione. Un aiuto importante che, dopo di me, è stato cancellato tra l’indifferenza generale dei rettori del Sud.

Presidente, il Biogem come si mantiene in un sistema in cui si tende più a tagliare che ad investire?

Non è semplice, anche perché siamo un ente ibrido: abbiamo natura giuridica privata ma operiamo senza scopo di lucro. Gli introiti vengono reinvestiti, non sono distribuiti ai nostri soci, che sono come noto pubblici. Ci autofinanziamo con la vendita di prodotti e servizi, senza avere garantita la sopravvivenza, come gli enti pubblici di ricerca. Presto avremo il marchio Glp (good laboratory practice), una sorta di certificazione che ci consentirà di interloquire sempre più con le industrie farmaceutiche, per cui le nostre attività saranno inserite nei dossier per i nuovi farmaci. Al Nord abbiamo collegamenti importanti, a partire dall’Università Bicocca di Milano, nostra socia. Siamo impegnati su più fronti, ma non è facile.

Come sono i rapporti con le università campane e gli enti territoriali di riferimento del vostro settore?

Localmente non c’è molto, ed anche la politica ha difficoltà ad incidere su certi processi. Con le università campane c’è un ottimo rapporto di collaborazione, ma gli atenei non sono in grado di distogliere fondi per altre attività. Non hanno le disponibilità sufficienti per pagare le nostre attività, nonostante non possano realizzarle internamente, perché privi della necessaria strumentazione. Le faccio solo un esempio: nei mesi scorsi abbiamo portato avanti un’attività di monitoraggio ambientale importante che va ben oltre l’analisi del livello della diossina, soffermandosi sugli effetti prodotti dall’inquinamento sulla popolazione circostante, anche in riferimento alle generazioni future. Una tipologia di analisi che potrebbe essere applicata anche nella terra dei fuochi. Ne abbiamo parlato inutilmente con la Regione e il Ministero della Sanità: è un’attività complessa, molto costosa, forse per questo non interessa.

E con la Regione?

La Regione è un tormento, e non solo per noi. Siamo creditori, ma non ci pagano, come in altri casi. La nostra situazione di bilancio è solida, da un punto di vista strutturale, ma abbiamo difficoltà di liquidità. Abbiamo invitato il governatore De Luca, speriamo ci venga a trovare per conoscere la nostra realtà. Confidiamo in un cambio di marcia anche perché l’attuale situazione di commissariamento della sanità non ci aiuta. Nella nostra sede abbiamo possibilità di svolgere diagnosi  genetica di una serie di patologie con attrezzature e personale qualificato. Potremmo lavorare per le strutture sanitarie territoriali, ma in questo momento la Regione non può concedere né accreditamenti, né autorizzazioni.

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