Malattie infiammatorie croniche intestinali: organiche o psicosomatiche?

Allarme meningite

Le malattie infiammatorie croniche intestinali comprendono una serie di patologie con un quadro clinico simile, ma etiologia diversa. Pur essendo classificate in sei tipi( batteriche, virali, parassitaria, fingine, iatrogeniche e idiopatiche), le più frequenti sono il Morbo di Crohn e la Rettocolite ulcerosa, nonché la colite aspecifica o indeterminata.
Il Morbo di Crohn può interessare qualsiasi tratto dell’apparato gastrointestinale coinvolgendo tutti gli strati della parete intestinale, cui si possono associarsi linfoadenopatie locoregionali.
Al contrario, la rettocolite ulcerosa interessa soltanto il colon e le lesioni hanno come localizzazione esclusiva la mucosa.
Clinicamente le patologie si presentano con sintomi colitici, con remissioni e recidive, diarrea anche accompagnata da perdite ematiche e talvolta febbre, artralgia, astenia e anemia.
Se la prima diagnosi può talvolta risultare complessa, la diagnostica per immagini rappresenta un valido ausilio, grazie a tecniche di ultima generazione che ne consentono una valutazione di natura e di sede, nonché di grado e di attività. Le indagini che non utilizzano radiazioni ionizzanti sono di prima scelta, soprattutto nei pazienti giovani (entero-RM), così come metodiche quali l’ecografia (anche con mezzo di contrasto) rappresentano un valido ausilio nel follow-up e nella valutazione della terapia, grazie alla maggiore compliance del paziente. Restano in ultima fila le indagini di radiologia convenzionale e di TC; la prima quasi totalmente accantonata, la seconda utilizzata nei casi in cui la RM non sia disponibile o sussistano controindicazioni assolute o relative all’esecuzione.
medicinaLa cronicizzazione della patologia e la possibilità di recidive durante tutto il corso della vita di un paziente che in genere riceve la diagnosi in giovane età, rappresenta soltanto uno degli elementi rilevanti nel correlato psichico di queste patologie.
E’ possibile riscontrare, con metodi di indagine sempre più sofisticati e con campioni maggiormente selezionati, la presenza, anche se in percentuali diverse, di una associazione tra episodi di depressione maggiore ricorrente e Morbo di Crohn. Nonostante già nel 1949 Crohn B. dichiarasse il morbo, da lui scoperto e che porta il suo nome, estraneo all’ambito della psicosomatica, gli studiosi hanno comunque continuato ad investigare sul substrato psichico di questa forma mortale di ileite. Recenti ricerche in ambito psicobiologico evidenziano anche una correlazione tra frequenti riacutizzazioni di gravi disturbi d’ansia e Rettocolite Ulcerosa (RCU). L’ipotesi di una causalità diretta e lineare dei disturbi psichiatrici viene considerata dagli stessi medici troppo semplicistica e riduttiva. Per trovare una correlazione si indaga su variabili sottese al distress psicologico connesso ai disturbi dell’umore: comportamenti alimentari patologici, dipenze da fumo e alcool, familiarità per patologie psichiatriche e tratti di stato di personalità.
Nasce così la teoria della multifattorialità spodestata poi dalla più recente ipotesi che i disturbi psichiatrici si sviluppino in seguito alla malattia, cioè secondari al disturbo somatico, principalmente a causa della cronicità e della severità dei sintomi. Non bisogna, infatti, confondere i meccanismi patogenetici da quelli eziologici e per questo deve essere analizzato con attenzione il funzionamento emozionale reattivo del malato. Il trattamento multidisciplinare risulta così necessario per valutare gli aspetti psicosociali e le caratteristiche di personalità del paziente. Dal 1950 gli studi si sono orientati all’individuazione di uno specifico profilo di personalità del malato di Crohn. Poi si sono indirizzati verso l’analisi del ruolo eziopatogenetico di conflitti inconsci nelle malattie infiammatorie dell’intestino e successivamente verso ipotesi psicodinamiche circa le relazioni interpersonali. A tuttoggi, nonostante i notevoli progressi della medicina in ambito diagnostico, chirurgico, terapeutico e farmacologico, e nonostante il conseguente rischio di un possibile riduzionismo fisiologico, la ricerca continua ad investigare il complesso ruolo che lega i fattori psicologici, psicosociali e psicobiologici a queste due malattie altamente invalidanti. Esistono molte malattie croniche di origine sconosciuta che continuano a resistere a tutti i tentativi effettuati per rilevare la loro causa specifica e per scoprire il meccanismo del danno tissutale. La malattia di Crohn e la RCU sono tra queste. Dopo essere state identificate come entità cliniche distinte, più di mezzo secolo fa è emerso un quadro di influenza bidirezionale o reciproca, anche in base alle evidenze psiconeuroimmunologiche. Sul brain-gut axis, in maniera diretta attraverso i canali biologici di connessione cervello-intestino (lo stimolo-motilità intestinale), e indirettamente, tramite i comportamenti disadattativi (es. il fumo), che il soggetto può mettere in atto come risposta allo stress, e che possono a loro volta incidere sul rischio di malattia. L’analisi dei fattori psicologici come possibili cause o concause e, in seconda battuta, come aspetti secondari al disturbo somatico spostano il focus verso le forme di adattamento nei confronti della malattia stessa e verso il management complessivo del disturbo e delle sue complicazioni, nel tentativo di offrire soluzioni che contribuiscano a ridurre la compromissione della vita interpersonale, sociale e lavorativa di questi pazienti.

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