Formazione e mercato: le distanze in assenza di riforme

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Quale è la distanza reale tra scuola ed università ed il mercato? Una reale risposta a questo interrogativo può dare forse la dimensione delle problematiche occupazionali di oggi. Il riferimento che intendo fare qui non è certo quello tradizionale legato a programmi scolastici vetusti e non attinenti alle reali necessarie competenze da acquisire in fase formativa. Intendo piuttosto fare riferimento alla forma mentis che scuola ed università italiana non riescono a trasferire ai giovani. I problemi iniziano sin dalla scuola media e dalla prima decisione strategicamente importante per la formazione curriculare: la scuola superiore. Come può un bambino di 13 anni sapere quale è la strada migliore per valorizzare le proprie competenze ? Ed allora la scelta è della famiglia: la scuola più vicina, l’istituto in cui hanno studiato i genitori, quello in cui c’è un professore conosciuto. Giunti nelle scuole superiori si cresce secondo la logica che il diploma non è necessario per il mercato del lavoro e soprattutto che dopo 5 anni di sedia per 8 ore sia quasi obbligatorio il passaggio all’università. Qui avviene il secondo errore. Il giovane è oramai cresciuto. Come effettuare la scelta? Quelli apparentemente più pronti e coscienti ragionano sulla base delle percentuali occupazionali. Peccato che nella migliore delle ipotesi una triennale prevede un orizzonte temporale che oggi è già difficilmente inquadrabile in termini di opportunità di mercato. La scelta di ingegneria o economia , gli insegnamenti apparentemente più aperti, vedono nel biennio esami generalisti e non caratterizzanti. Ciò significa che usciti dal primo triennio ancora non si parla di mercato. C’è poi una percentuale di persone che sceglie ciò che piace o in cui ritiene di poter rendere. Una scelta in linea con una migliore qualità di vita ma che non prende in considerazione il mercato. Dunque: la scuola ignora il mercato, l’università idem, le famiglie stesso discorso. Come è possibile in tal senso parlare di scelte consapevoli?

Ed ecco che emerge la necessità di un passaggio intermedio tra scuole medie e superiori e tra queste ultime e l’università. Dopo la terza media sarebbe auspicabile un percorso “professionalizzante” di durata triennale per chi intende sviluppare abilità manuali. Una sorta di “Scuola Arti & Mestieri” strettamente collegata al sistema delle piccole imprese. I giovani devono fare pratica in giovanissima età e non dopo i venticinque anni, quando i pari età europei sono impiegati in ruoli delicati. Per chi ritiene di non seguire la strada delle professioni, la scelta professionalizzante può essere orientata a “Scuola di Ingegneria” , “Scuola di Economia” e “Scuola per la Giurisprudenza” con un percorso di 5 anni preparatorio per l’Università. Ed è in questo periodo che i giovani devono acquisire quella “cultura generale” che è tipica dei primi 2 anni universitari. In questo lasso di tempo dovrebbero frequentare laboratori di ricerca, vertici aziendali per gli stage di direzione, i tribunali per acquisire capacità pratiche. Ecco che per chi intende proseguire gli studi universitari si può parlare di trienni ad alto livello, con forti basi già acquisite e percorsi professionalizzanti di tipo direttivo. Studi realizzati direttamente in azienda con tutor universitari. Questi sono reali percorsi market oriented a diversi livelli di specializzazione. Ma come accennato in apertura il problema ancor più rilevante è mentale: c’è la convinzione che dopo 5 anni di scuole secondarie e 3 o 5 di università sia obbligatorio da parte del mercato il riconoscimento di un merito. E’ un pochino come dire che un generale dell’esercito assume il grado perché è stato dieci anni in accademia. I gradi si acquisiscono sul campo, soprattutto in questo sistema che a mio parere è balordo ed assolutamente auto promozionale. L’aver seguito prestigiose università non è sinonimo di competenza. L’aver raggiunto un accademico 110 e lode se dopo non sai montare un computer, non sai dare una occhiata ad una dichiarazione dei redditi o ad un banale contratto di compravendita non ha valore. Ed infatti al netto dei mega gruppi internazionali, che i 110 e lode li riqualificano secondo il proprio standard , capita sovente di incontrare giovani già pronti per il mercato ma lontani da standard universitari qualificanti. In definitiva non soltanto vanno riformati i percorsi di studio ma lavorato sulla mentalità e sul fare dei giovani discenti. Occorre trasferire senso pratico e proattività, flessibilità di apprendimento e capacità di leggere le opportunità di mercato.

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