Se la Brexit è un’opportunità

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Il 23 giugno 2016 il sogno Europeo si è infranto sulle coste inglesi. Il Regno Unito ha deciso di abbandonare l’Unione (non monetaria) Europea e di lasciare andare i 27 compagni di viaggio verso il loro cammino di unificazione.

Quello che sembrava solo un incubo si è trasformato in realtà e le conseguenze di questo voto non si sono fatte attendere. Tranne qualche polemica politica (altri Paesi chiederanno un referendum sull’UE?), per lo più le conseguenze sono state di natura economica-finanziaria. Anche questi effetti erano attesi. Perché? Semplice, in un mondo globalizzato la competitività di un singolo Stato è minata dalla concorrenza mondiale e così stanno crescendo gli accordi di scambio fra zone contigue. Maggiori accordi significa maggiore interconnessione fra Stati e quanto accade in un singolo Paese, interessa tutti gli altri.

Il vecchio Mercato Comune Europeo (poi divenuto Unione Europea) ne rappresentava un lungimirante esempio da circa 60 anni. Il vero problema è che l’accordo invecchiava, veniva rivisto periodicamente, diveniva sempre più stringente ma restava un accordo economico e commerciale a cui si era affiancato nel corso del tempo e in maniera preponderante dal 2002, una moneta unica, accolta all’epoca come la panacea di tutti i mali, soprattutto per i Paesi un po’ più instabili (fra cui la nostra Italia).

Il dramma vero inizia a consumarsi nel 2009 quando i membri dell’Unione Monetaria Europea hanno iniziato a vivere quella che, in ogni matrimonio, viene chiamata la crisi del settimo anno. Sebbene la crisi sia stata economia, ha avuto ripercussioni sociali rilevanti a cui si è risposto (non sempre) giustamente con strumenti di natura economica-finanziaria. Quando il picco della crisi è stato superato, però, i 17 governi nazionali non sono riusciti a capacitarsi di iniziare a dare soluzioni diverse, di natura non solo monetaria, ma anche sociale e politica. E così mentre ci si chiedeva se fosse opportuno o meno il pareggio di bilancio, se fosse necessario creare un fondo salva stati o quanto dovesse essere potente il quantitative easing, l’Unione Europea si trovava a dover fronteggiare (per altro in modo maldestro) una disoccupazione elevata (allarmante quella giovanile), una immigrazione senza precedenti e una crescita economica ridicola.

Le risposte sono state solo di cavillose clausole di salvaguardia, di punti percentuali in più o in meno sul PIL o sul debito, mentre fenomeni populisti (non necessariamente anti europeisti) iniziavano a serpeggiare un po’ ovunque. Anche le reazioni esagerate da parte di alcuni Paesi, come il costruire muri per evitare l’ingresso degli immigrati, o le migliaia di morti in mare venivano poste in secondo piano rispetto a un rigore nei conti che sembrava non solo anacronistico ma addirittura contradditorio. Era come se in una famiglia un marito e una moglie litigassero sul comprare o meno un paio di scarpe, mentre i figli presentavano problemi molto più rilevanti o ponessero delle domande a cui non ricevevano risposta.

È in questo clima che la Brexit nasce e si concretizza realmente. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, dice un vecchio adagio. L’uscita della Gran Bretagna dall’UE, infatti, può trasformarsi in una opportunità. Questo però richiederà una visione nuova fatta di moneta e di politica contestualmente.

Oggi l’Europa può cambiare, sperando che lo faccia in meglio, rivolgendo lo sguardo a quei problemi che sono stati tralasciati per troppo tempo.

In primo luogo l’Europa ha bisogno di scelte politiche condivise, non solo monetarie, ma nei campi dell’immigrazione, della disoccupazione, dell’accoglienza, della crescita, della cultura, della difesa. L’Europa deve dotarsi di strutture riconosciute e non di Parlamenti e Commissioni che sembrano essere ancora troppo lontani dai cittadini europei.

L’Europa deve riscoprire i propri valori fondanti fatti si di accordi commerciali, ma anche di condivisione di obiettivi e di voglia di costruire una casa comune. È necessario divenire il luogo dell’ascolto non dell’imposizione. E  l’ascolto è fondamentale per l’accoglienza degli immigrati in tutti i Paesi e dell’Europeo in altri Paesi Europei. È necessaria una politica interna comune non di 27 politiche diverse che lasciano spazio agli Stati di contingentare o meno gli arrivi di persone che chiedono aiuto.

Ma l’Europa deve cambiare anche le proprie regole monetarie, fiscali ed economiche interne. Si diventa competitivi se si cresce insieme. Si diviene forti se si sanno condividere anche le debolezze. È necessario pensare ad Eurobond, come quelli statunitensi, delle obbligazioni federali che si affiancano a quelle nazionali. In un mondo globalizzato, inoltre, si diventa competitivi se si investe in capitale umano, in innovazione, in cultura, nella ricerca. Le limitazione sulla spesa per investimenti non dovrebbero riguardare le spese sostenute per la ricerca e per il sistema universitario che sono alla base del progresso tecnologico (e non). Non si può crescere senza formare cervelli e ogni euro speso nella formazione non può essere contabilizzato come un qualsiasi altro euro. Un uomo che ha studiato è un uomo che ha imparato a ragionare sui problemi, indipendentemente da come la pensi. L’investimento in cultura significa anche minore tasso di disoccupazione e una probabilità maggiore di ridistribuzione del reddito. L’Europa, poi, dovrebbe riconsiderare il proprio patrimonio artistico e culturale, il più grande del mondo. Dovrebbe essere in grado di valorizzarlo e renderlo unico, combattendo l’inoperosità dei singoli governi. E, infine, l’Europa dovrebbe darsi regole fiscali comuni. Non è pensabile che le imposte sui singoli cittadini o sulle imprese, le imposte sui patrimoni o sui consumi differiscano da Stato a Stato. La presenza di una politica fiscale unica permetterebbe la risoluzione di importanti problematiche legate anche alla ridistribuzione dei redditi, grazie a tassazioni uniche e univoche in tutti gli Stati.

Continua sì ad essere importante dotarsi di regole, perché ogni convivenza deve prevederle, ma che siano regole intelligenti e che possano essere riviste attraverso il monitoraggio di ciò che accade perché l’immutabilità delle norme è anacronistico in un mondo in continua evoluzione.

Solo così questa “sconfitta” dell’Europa può divenire un’opportunità per l’Unione, perché come diceva Albert Einstein: “La crisi è la migliore benedizione che può arrivare a persone e Paesi, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dalle difficoltà nello stesso modo che il giorno nasce dalla notte oscura. È dalla crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie”

In poche parole, è giunta l’ora di parlare di una nuova Unione Europa e non più della già anacronistica Brexit.

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