Referendum, giornata altalenante ma niente panico sui mercati

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Giornata altalenante, ma non c’è stato il temuto crollo. La Borsa si è svegliata stamane in un clima di forte instabilità politica in seguito alle dimissioni del presidente del consiglio Matteo Renzi, provocate dal voto referendario di ieri. Dopo aver toccato un massimo a 17.359 punti, sul listino milanese si sono accumulate le vendite fino a un minimo a 16.723 punti. Alla fine c’è stato il recupero che ha limitato il calo allo 0,21%. Più sostenute, invece, le altre piazze europee: Parigi (+1%), Francoforte (+1,6%), Londra (+0,24%) e Madrid (+0,7%). Nel pomeriggio Wall Street ha toccato i nuovi massimi, dimostrando di non avere preoccupazioni per la situazione italiana. Anche l’euro inizialmente era scivolato ai minimi da venti mesi. Il movimento è durato poco, tanto da chiudere poi in rialzo a quota 1,072 contro il dollaro. Sulla tenuta dell’euro, dicono nelle sale operative, gioca anche la scelta dell’Austria di premiare il verde Alexander Van der Bellen nelle elezioni per la presidenza ponendo un freno all’avversario populista Norbert Hofer, dato per favorito. Si scommette poi su una crisi di governo gestita in tempi rapidi, in Italia. Lo spread fra Btp e Bund, dopo un iniziale scalata a 178 punti, è rientrato chiudendo la seduta a 167 punti. Un peggioramento rispetto ai 162 di venerdì, ma comunque sotto quota 170. Gli operatori hanno tirato un bel sospiro di sollievo perché si erano rassegnati al peggio. Secondo l’opinione prevalente le probabilità di elezioni anticipate rimangono basse nonostante le dimissioni di Renzi. Ipotesi più probabile viene considerata la nomina di un governo di transizione. Per il mercato obbligazionario l’appuntamento chiave rimane la riunione della Bce di giovedì, nella quale è attesa un’estensione del programma di stimoli monetari di almeno altri sei mesi oltre il marzo. A ogni modo, secondo il mercato, il cambiamento di guida in Italia comporterà un ritardo nelle riforme economiche e strutturali e il Paese probabilmente resterà bloccato in una dinamica deflativa a bassa crescita. L’invecchiamento della popolazione rallenterà la crescita, mentre la pesante burocrazia per le imprese e le complesse legislazioni sul lavoro rendono l’Italia un Paese poco attraente per gli investimenti delle multinazionali. Inoltre, la mancanza di crescita mette le finanze pubbliche a rischio. Il rapporto debito/Pil, al 133%, è il più elevato d’Europa, mentre il costo di finanziamento del debito è del 4% del Pil annuo. In caso di un rialzo dei tassi di interesse in futuro, il Governo non avrà altra scelta se non chiedere maggiore austerità, colpendo ancora di più la crescita. A spiegare il buon umore dei mercati internazionali c’è infine il rafforzamento del petrolio, che viene scambiato a New York sopra i 52 dollari al barile. Dopo l’accordo sui tagli alla produzione raggiunto a fine novembre in seno all’Opec, il mercato scommette ora su un’intesa con i Paesi non-Opec per una ulteriore riduzione dei livelli produttivi. Andamento opposto ai listini azionari per l’oro, tradizionale bene rifugio: prima balza a 1.186 dollari per effetto del voto al referendum, poi ripiega fino a 1.164 dollari.

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