Mastroberardino-Feudi: insieme per l’Irpinia

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Mastroberardino e Capaldo

Insieme per l’Irpinia e per la consacrazione della filiera vitivinicola. Piero Mastroberardino e Antonio Capaldo, amministratori delle due aziende di riferimento della provincia, si sono ritrovati nella sede dei Feudi di San Gregorio a Sorbo Serpico per un confronto a tutto campo sul futuro del comparto in Irpinia. Il consorzio di tutela è, come noto, ad un passo dal riconoscimento ministeriale e la priorità è ora superare polemiche e divisioni e lavorare tutti insieme per un obiettivo fondamentale per il definitivo salto di qualità del settore. Il confronto di oggi pomeriggio rappresenta un passaggio fondamentale, destinato ad aprire una nuova stagione di confronto e collaborazione nel solco indicato proprio dai Feudi e dalla storica azienda Mastroberardino. La sfida, sostenuta e rimarcata dai due imprenditori, è ricompattare il fronte dei produttori, a partire, naturalmente, dai sostenitori del secondo consorzio dei produttori con il quale non sono mancati, soprattutto nelle ultime settimane, momenti di forte tensione. Il passo in avanti di Capaldo e Mastroberardino sembra davvero destinato ad aprire una fase di unità e condivisione nel segno della crescita del territorio e delle sue produzioni di eccellenza. Di seguito l’intervista ai due imprenditori concessa in esclusiva alla nostra testata.

Cosa vuol dire per una provincia che vive di vino la rinnovata intesa tra le due principali aziende irpine?

Piero Mastroberardino
Piero Mastroberardino

Mastroberardino: “Non mi sento di parlare di rinnovata intesa, in quanto su questi temi non vi è stata a mio avviso una vera contrapposizione. Sono state percorse strade diverse, ma credo che gli scopi di sostegno allo sviluppo della filiera irpina fossero analoghi. Noi abbiamo scelto di lavorare dall’interno del Consorzio di Tutela dei Vini d’Irpinia per stimolare la crescita di un tavolo comune e sviluppare l’attitudine delle aziende più piccole e più giovani a condividere le scelte per la promozione territoriale. Probabilmente Feudi ha ritenuto più efficace stimolare questo processo con una posizione più distante che fungesse da sprone. Sono lieto che, sia pure con cammini diversi, entrambi questi sforzi trovino alla fine convergenza sul comune obiettivo”.

Antonio Capaldo
Antonio Capaldo

Capaldo: “Non c’è mai stato – fra le nostre due aziende – un vero antagonismo. Siamo semplicemente aziende diverse, con una storia diversa.  E abbiamo seguito un percorso diverso con riferimento al Consorzio. La mia azienda è sempre rimasta un po’ “sulla soglia” con riferimento alle questioni territoriali mentre Mastroberardino è sempre stata un’azienda molto più coinvolta. Da alcuni mesi, la mia azienda ha deciso di partecipare in maniera più attiva alle dinamiche territoriali ed è pronta a prendere un ruolo decisionale più attivo nel futuro Consorzio riconosciuto”.

Quali sono le priorità e le linee guida individuate?

Capaldo: “Oggi, secondo me, vogliamo impegnarci insieme per non perdere un’opportunità unica per il nostro territorio: trovare un modo di unire tutte le aziende irpine in un progetto comune di tutela e valorizzazione del territorio. Il momento è particolarmente propizio: da una parte, lo “storico” Consorzio di Tutela – alla cui fondazione abbiamo contribuito e alla cui vita ho partecipato come consigliere per alcuni anni – ha dichiarato di avere i requisiti per il riconoscimento ministeriale. Dall’altra, un nuovo soggetto associativo, il Consorzio dei Produttori Vitivinicoli, cui pure abbiamo aderito, ha saputo associare tanti produttori, anche molti che non avevano voluto in passato aderire ad alcuna iniziativa consortile. Sono questi i patrimoni da cui partire ed abbiamo nei prossimi mesi un’opportunità da non perdere. La presenza di due soggetti, piuttosto che di tante imprese individuali, potrà favorire il raggiungimento di un’intesa che sia il più ampia possibile”.

Mastroberadino: “Il prossimo passo importante è la presentazione dell’istanza al Ministero per le Politiche Agricole per il riconoscimento e l’attribuzione dell’incarico di vigilanza ai sensi del DM 16 dicembre 2010. Questo passaggio consente al Consorzio di collaborare con le autorità preposte nelle attività di vigilanza e tutela sulle denominazioni irpine, di svolgere un ruolo propulsivo nella promozione territoriale (che peraltro in questi anni il Consorzio non ha mai trascurato, sia pure con risorse limitate), di avanzare proposte di disciplina regolamentare e svolgere compiti consultivi sulle denominazioni tutelate. Ovviamente sto lavorando affinché a questo appuntamento si giunga insieme alla platea più estesa possibile della filiera irpina”.

Negli ultimi mesi non sono mancate polemiche e divisioni sulla questione consorzi, questa intesa è destinata ad aprire una nuova stagione nel segno della concertazione e della condivisione?

Mastroberardino: “Ritengo di sì. Polemiche e divisioni discendono dal tentativo di generare contrapposizioni tra esponenti di diverse figure professionali della filiera, secondo un retaggio che reputo anacronistico. Sono azioni di disturbo in genere promosse da chi non vuole che si generi una vera sinergia. I veri operatori del vino non le hanno alimentate né condivise. Le questioni che caratterizzano lo sviluppo di un territorio vanno lette e interpretate come un collante, non come un fattore di divaricazione. Come spesso ribadisco, ciò che più conta è mantenere bene in evidenza gli elementi comuni alle aziende cosiddette di filiera, quelle aziende cioè che lavorano con un processo integrato dalla vigna alla bottiglia:

  1. il fattore imprenditorialità, ossia la promozione della cultura d’impresa all’interno della filiera,
  2. la valorizzazione della marca privata, ovvero il nome di una famiglia,
  3. la valorizzazione della marca territoriale, ossia la denominazione d’origine,
  4. la difesa del valore dei nostri prodotti, ovvero l’attuazione di politiche commerciali che difendano i nostri vini da possibili iniziative di svilimento sui mercati della loro immagine e del loro posizionamento di pregio”.

Capaldo: “Le nostre due aziende non possono decidere per le altre (ci sono oltre 100 cantine in gioco), possono solo impegnarsi a facilitare questo percorso di condivisione. Io voglio vedere il buono nelle polemiche, dimostra la passione che c’è dietro al tema e anche il dinamismo che da qualche mese anima tanti soggetti sul territorio. Occorre però superare alcune posizioni di contrapposizione personale e anche alcune ingerenze esterne, che non facilitano il dialogo. Sono certo che noi produttori saremo in grado di trovare una soluzione rapidamente in modo da cogliere l’opportunità che abbiamo di fronte”.

Il passaggio è destinato, come sembra, a concentrare tutte le forze del territorio sul consorzio di tutela evitando inutili dispersioni di forze ed energie?

Capaldo: “Per quanto ho detto in precedenza, ritengo che le imprese del territorio possano e debbano convergere su un soggetto unico. Quando Piero segnala la mancanza di partecipazione nel passato ha ragione; ne sono stato testimone diretto. Credo però che oggi il clima sia diverso e che si possano mettere a punto meccanismi di partecipazione che facilitino un coinvolgimento maggiore di tutte le aziende nei processi di decisione. Il mio impegno è volto al ricongiungimento delle forze e delle energie, ed in questo senso ho voluto sostenere anche il nuovo soggetto associativo. Il Consorzio di Tutela ha seguito storicamente un percorso istituzionale compiuto e ritengo sia la “casa” migliore per tutti, adeguando in maniera “inclusiva” (come dicevo in precedenza) alcuni meccanismi di funzionamento al rinnovato tessuto imprenditoriale del settore”.

Mastroberardino: “Senza dubbio. Il Consorzio di Tutela è riuscito ad oggi a raccogliere attorno al proprio progetto di sviluppo circa cinquecento operatori della filiera. La rinnovata motivazione di Feudi a lavorare attivamente all’interno del Consorzio rafforza questo progetto ed è l’auspicio a favorire il rientro anche di altri operatori che per varie ragioni ne sono distanti. A quanto mi consta direttamente, il Consorzio ha sempre avuto le porte spalancate, così come i suoi organi direttivi. Chi ha scelto strade alternative lo ha sempre fatto di propria iniziativa e in piena libertà. Così come chi manifestasse il desiderio di rientrare e collaborare non incontrerebbe alcun ostacolo, essendo il Consorzio di Tutela la casa di tutti gli operatori. Gli unici requisiti che devono ispirare un’azione comune sono lealtà e schiettezza. È la partecipazione la chiave della risoluzione di ogni potenziale distanza di vedute. In questi quattordici anni di vita del Consorzio di Tutela dei vini d’Irpinia molte aziende si sono disinteressate e spesso è stato persino difficile indurre gli stessi consiglieri candidatisi ed eletti a partecipare con assiduità. Oggi tutto questo è superato. L’attuale Consiglio di Amministrazione del Consorzio di Tutela è composto da nove membri tutti estremamente attivi e coinvolti nelle attività di formazione, promozione, valorizzazione e d’ora in avanti potrà essere avviato anche un rigoroso lavoro in ottica di tutela. A mio parere chiunque voglia assumere ruoli direttivi deve prima di tutto comprendere che tale ruolo implica un’assunzione di responsabilità nei confronti degli altri, e garantire la propria partecipazione fattiva”.

Cosa vuol dire per il settore vitivinicolo irpino poter contare su un consorzio riconosciuto dal ministero? E’ solo un marchio, un ritorno d’immagine o può davvero tradursi in crescita e sviluppo per la filiera?

Mastroberardino: “Al di là delle funzioni tipiche di un Consorzio di Tutela, alcune delle quali – come le attività di promozione del territorio – svolte già dal nostro Consorzio negli anni scorsi prima ancora di ottenere il riconoscimento, credo che l’elemento più importante sia lo stimolo a conoscersi, a stare insieme. Il paradosso dei consorzi di tutela è che, pur essendo a rigore organismi volontari, per il particolare impianto regolamentare essi divengono di fatto obbligatori, poiché sono previsti dalla legge e oltre un certo livello di rappresentatività estendono il proprio agire su tutta la denominazione, prescindendo dall’adesione di tutti gli attori della filiera. Dunque quando si ottiene questo risultato il Consorzio diviene l’unico soggetto deputato a rappresentare gli interessi di una denominazione. Questo però non è un punto d’arrivo: è solo l’inizio di un nuovo processo peraltro non facile. Il nostro Paese è pieno di consorzi di tutela che sopravvivono in condizioni di elevata conflittualità, proprio a causa delle peculiarità regolamentari di questo settore. Bisogna lavorare perché il clima favorevole che si è creato all’interno del Consorzio di Tutela dei Vini d’Irpinia costituisca fattore di positiva contaminazione per tutti gli operatori che vi accederanno nel prossimo futuro e lavorare insieme per ridurre le distanze e gli antagonismi, peraltro privi di fondate ragioni, che si sono creati in questi ultimi mesi”.

Capaldo: “È un passaggio fondamentale: il percorso intrapreso dal Consorzio di Tutela è potenzialmente molto positivo per il territorio. Per essere, però, un vero motore di crescita e sviluppo – mi ripeto – deve aggregare il massimo dei consensi: nei Consorzi di successo non solo viene rappresentata la maggioranza dei volumi prodotti (ed in questo Feudi e Mastroberardino, insieme alle loro basi di conferenti, basterebbero “quasi da soli”) ma anche oltre il 75% delle realtà produttive”.

 

Cosa manca alla nostra provincia per il definitivo salto di qualità nel settore? Perché, nonostante le nostre produzioni di eccellenza, non riusciamo a colmare il gap con le altre aree italiane a forte vocazione vitivinicola?

Capaldo: “Volendo vedere il lato positivo, il trend è comunque in ascesa grazie al lavoro delle aziende più grandi ma anche di tante aziende emergenti che producono vini di grande qualità. Ma il gap rimane profondo. Le ragioni sono molteplici e non tutte legate al comportamento degli imprenditori del settore. C’è molto da fare ed un Consorzio forte e unito in cui si impegnino tutti potrebbe essere un grande punto di partenza”.

Mastroberardino: “Ripeto da sempre che in primo luogo, rispetto ad altre aree vocate alla viticoltura, all’Irpinia è mancata una spalla istituzionale forte in grado di mettere in campo un piano di marketing pluriennale teso a rendere consapevole l’opinione pubblica dei reali valori enoici di questa provincia. Nell’archivio storico della mia famiglia vi è ampia testimonianza di come un secolo fa l’Irpinia fosse tra le prime tre province italiane per uve e vini prodotti. La mia famiglia esporta questi vini in vari paesi europei e nelle Americhe sin dalla fine dell’Ottocento. Questo dovrebbe bastare a comprendere quanto fosse radicata la cultura della vite nella nostra terra. Non vi è stato però il supporto di un investimento in comunicazione, costante, strutturato, in grado di affiancare l’impegno profuso sotto il profilo della produzione e di mantener viva questa consapevolezza nel consumatore italiano e straniero. Il boom dei vini d’Irpinia che ci ha portati a questo punto risale alla fine degli anni Settanta. Gli anni Ottanta sono stati gloriosi, soprattutto per Fiano di Avellino e Greco di Tufo, che erano divenuti i vini bianchi più apprezzati d’Italia. Nel frattempo tanti hanno lavorato e il nostro territorio è stato prima raggiunto, poi offuscato da problemi che affliggono la regione Campania e che hanno investito anche l’Irpinia, spesso a torto. Ora ci tocca recuperare il terreno perduto e lavorare in sinergia, la filiera da una parte, le istituzioni dall’altra, per convergere verso questo obiettivo di nuova valorizzazione delle nostre produzioni”.

 

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