“Zia Lidia” si tinge di rosa con Suffragette/LA RECENSIONE DEL FILM

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L’appuntamento con le proiezioni dello “Zia Lidia Social Club” si tinge di rosa per festeggiare la Festa delle Donna e il 99esimo compleanno della Zia Lidia, da cui prende il nome l’associazione. Per entrambe, prosit!

Per capire bene un argomento, bisogna partire dall’inizio. Detto questo, la visione del film Suffragette risponde all’esigenza di conoscere dal principio come, contro chi e perché delle donne inglesi, all’inizio del ‘900, costituirono un vero e proprio movimento di protesta e ribellione. Tutto nasce dalla volontà di veder riconosciuti i propri diritti, in particolare quello del voto, in un epoca in cui la donna, se non è una casalinga, lavora come una “schiava” in fabbriche in cui il datore di lavoro, oltre a sottopagarle, ha un potere talmente vasto da poter abusare di loro in qualunque frangente, a seconda delle sue voluttuose voglie. E purtroppo le donne, pur di ricavarne uno scellino in più o per perdonare un ritardo, acconsentivano. Una di queste è Maud Watts (Carey Mulligan, tagliata per la parte, con quel suo sguardo malinconico) che di punto in bianco viene travolta da questo uragano di passione reazionario delle suffragiste, nel quale però è costretta a fare una scelta dolorosa: essere una donna “impegnata” o essere una mamma. Il motore di tutte le conquiste – delle donne e non – è il sacrificio a cui si è costretti. E Maud non si tira indietro, soffre ma prende la sua strada scarificando marito e figlio, perché la “guerra” comporta sempre delle perdite. Maud insieme alle altre donne “ribelli” vanno a formare quello che è un partito politico in cui ognuna ha la sua mansione, ma che a differenza di altri tenta di perseguire, in maniera pugnace, uno stesso fine, tutte insieme. Ed è proprio questa ostinata passione e impegno civile che spaventa (anche ora) gli uomini, che siano al Governo, che siano in una fabbrica, che siano in casa. Si perché per quanto Sonny (Ben Whishaw), marito di Maud, all’inizio si dimostri un marito/padre amorevole, viene sconvolto dal cambiamento della moglie e dalla sua presa di coscienze, oltre che (in maniera imperdonabile) per “quello che la gente dice”, ovvero per le opinioni della gente. Come in ogni partito che si rispetti, anche qui abbiamo il suo premier: Emmeline Pankhurst, l’artefice di questo primo ed importante movimento suffragista femminile, che nel film (interpretata da Meryl Streep) si mostra per pochi frammenti, per incoraggiare le “sue donne”, per poi ritornare nell’ombra, come una figura leggendaria e divina. Il film viene raccontato con una messa in scena (o regia) narrativo/descrittiva essenziale, senza orpelli e spettacolarizzazioni, visto che la storia che ci mostra è già di per sé coinvolgente. A rendere ancora più interessante il film vi sono anche due elementi interessanti. Per quanto ci siano personaggi maschili dichiaratamente ostili alle donne, si tenta di non renderli eccessivamente chiusi ed ignoranti, così da rendere lo scontro con le Suffragette molto più complicato e meno “schierato” possibile: succede molto spesso che per far capire da che parte si schiera il regista (e quindi il film) si rappresenti la controparte come diabolica e basta, senza la dovuta sfumatura. Anche perché – arriviamo al secondo elemento – non ci troviamo in una lotta contro l’altro sesso, ma in una sfida con la legge, questa si discriminatoria e sessista: basti pensare che per quest’ultima le suffragiste sono qualcosa di assolutamente fuorilegge, da controllare e debellare, e chi ne fa parte non ne deve parlare, non si deve far scoprire e deve muoversi accuratamente di nascosto. Come se la tutela dei diritti fosse un peccato, scambiando una corrente di rivalsa in setta satanica. Il film si chiude con l’ennesimo sacrificio, stavolta fisico, con il quale però il moto femminista prenderà ufficialmente piede, e con le immagini di un funerale che paradossalmente segnano l’inizio di un work in progress che negli anni porterà ad importati conquiste per la donna e la sua tutela. Negli anni il motivo di fondo della celebrazione della Festa della Donna è cambiato spesso (politico, sociale, sessuale, commerciale) ma ha sempre centralizzato i festeggiamenti delle numerose vittorie raggiunte o augurate. Quest’anno, ad esempio, in Italia l’8 marzo molte donne hanno manifestato, scioperando, contro le violenze psicofisiche perpetrate nei loro confronti, ritrovando una nuova forza e linfa anche dall’interesse e impegno civile di donne delle spettacolo e dell’intrattenimento italiano e non, viste sempre più come modelli da seguire. E a tutte quelle donne che non hanno intenzione di scioperare, lottare e sacrificarsi, non bisogna guardarle con mestizia o disprezzo, basta solo ricordare loro che “meglio essere una ribelle che una schiava”.

Cast:  Carey Mulligan, Helena Bonham Carter, Meryl Streep, Natalie Press, Ben Whishaw, Brendan Gleeson. 

Regia: Sarah Gavron

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