La Napoli colorata e senza “gomorrisimi” di Incerti e Tony Tammaro

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Sicuri che ad Avellino nessuno si interessa di cinema?

La felice smentita ce la regala la rassegna “La voce dell’autore” dello Zia Lidia S.C., portandoci ancora una volta una commedia ambientata nella nuova Mecca del cinema, Napoli. Sì, perché la città partenopea si sta riscoprendo testo e contesto del cinema, sia nella veste drammatica (Gomorra) ma anche in quella più sbarazzina e da commedia.

Detto questo, grande curiosità sta nel fatto che quando si pensa a Stefano Incerti, il regista di questa pellicola – “La parrucchiera” -, non siamo propriamente portati a pensare alla commedia. È  lui stesso a dire che la sua filmografia «è fatta di film drammatici se non tragici (es. Il verificatore; L’uomo di vetro; Gorbaciof)», e lo dice con orgoglio. Lo stesso orgoglio con cui difende questo cambio di tono da una sparuta parte di critica, probabilmente spaventata dal cambiamento. Magari questi dimenticano che un regista deve costantemente reinventarsi, mettendosi continuamente alla prova con materiale nuovo e che lo interessi a prescindere dal “genere”.

«Sono responsabile di ogni fotogramma del film, nel bene e nel male […] e quello che volevo fare, era raccontare Napoli con occhio malinconico ma senza tristezza, contraddicendo il diktat in voga nel cinema e nella televisione in questi anni. E, stanco di questi “gomorrismi”, ho realizzato una storia colorata (metaforicamente e non, aggiungo io) e al femminile.»

Con buona pace dei critici maligni (ripeto, pochi), al pubblico, tuffarsi in questa storia, non dispiace affatto, anzi.

Insieme al regista, la serata è  stata “colorata” anche da due attori del film: Lucianna De Falco (spumeggiante) e Vincenzo Sarnelli, in arte Tony Tammaro. Si avete capito bene Tony Tammaro. La prima, «complice la sua carica travolgente sul set», ha convinto il regista a darle più spazio nel film – «molto più di una semplice spalla» – costruendo un personaggio che sembra uscito da un film di Almodovar (cioè stravagante ma profondo), con quel mega sorriso contagioso che non può non ricordare quello della inarrivabile Anna Magnani.

Per il secondo non servono presentazioni. Tony Tammaro è il maggiore esponente del cantautorato di musica tamarra, ovvero quella che prende in giro i comportamenti della classi più popolari che tentano, in maniera esagerata, di imitare uno stile di vita altolocato, non loro. Questo è il Tony Tammaro dietro il microfono e la sua chitarra bianca, con il suo carico di esilarante comicità e buffoneria. Nel film, invece, il regista cuce per lui un personaggio inquietante, che dietro la sua facciata da cafone dagli abiti sgargianti nasconde un’ossessione malata, tanto viscida da spaventare lo stesso Tony: «Io in questo film sono un uomo con gli ormoni fuori posto, praticamente un rattuso, […] un personaggio cattivo; non avendo nessun tipo di esperienza attoriale sono andato a documentarmi e guardarmi Jack Nicholson in Shining, per capire lo sguardo da squilibrato. E devo dire che mi è venuto talmente bene che, quando l’ho rivisto, sono dovuto uscire dalla sala, perché mi facevo paura da solo». E conclude rincuorando Incerti sulle critiche ricevute: «Non te la prendere, per tanti anni a me mi hanno chiamato “o tamarro”, ora mi chiamano “il maestro”.» «Io, invece, prima ero il maestro, ora sono il tamarro», risponde divertito il regista. D’altronde chi va con lo zoppo impara a zoppicare.

Il film

Voluto o no, il richiamo ai film dello spagnolo Almodovar si nota, ma solo nella forma, nella scelta dei colori (sgargianti e pastello) e nella schiera di personaggi improbabili (nel senso buono del termine) che ruotano attorno la protagonista, una parrucchiera (Pina Turco, verace) che è una donna che tenta di alimentare un sogno, quello di mettersi in proprio con una comitiva affiata, per raggiungere la tranquillità di arrivare, senza affanni, a fine mese. A farle la guerra (in effetti come tra clan rivali) c’è la sua ex datrice di lavoro Patrizia (Cristina Donadio, finalmente più eclettica nelle espressioni), il marito maniaco Lello (T. Tammaro) e – forse il peggiore di tutti – Kevin, coiuffeur, del tipo checca isterica e pettegolo, doppiogiochista, ladruncolo e fama-dipendente.

Incerti mette in scena un mondo dove nessuno è esente da colpe: anche i protagonisti positivi hanno qualche losca trama sottotraccia, o qualcosa che non te li fa amare fino in fondo. Viceversa anche nei personaggi più cattivi, ci sono sprazzi di bontà e qualche aspetto positivo, ben nascosto. Compreso il personaggio di Tony Tammaro, che nel suo essere malato, riesce a farti addirittura pena, senza giustificarlo.

Questo è un grande pregio, ovvero quello di non costruire personaggi “tagliati con l’accetta”, che siano o solo buoni o solo cattivi; probabilmente (e menomale) emerge qui il cineasta drammatico, che destabilizza questa triste e pessima abitudine tipica delle commedie.

L’esperienza del regista emerge anche nella questione più importante di tutta la pellicola: l’equilibrio. Il voler raccontare questa Napoli (certamente romanzata), potrebbe esporre la messinscena ad una insopportabile teatrino dell’esagerazione, condita da luoghi comuni e scelte di dubbio gusto. Come se da un momento all’altro, ti aspettassi lo scivolone. Invece il film si mantiene in bilico su questo filo sottile, grazie ai momenti ironici e quelli più drammatici (che ci sono). È come se quello che stiamo vedendo, sia la rappresentazione che la televisione – a cui il film riserva delle possenti stoccate – vuole farci vedere, con la sua maligna manipolazione, portandoci dove vuole lei – in questo caso la “TV del dolore”. Se prendiamo per buona questa visione, allora riusciremo a vedere nel profondo i personaggi, le loro fragilità, ma anche la loro solidarietà, la loro furbizia atta a fin di bene, per raggiungere per un attimo la felicità. E per fare ciò, il film si affida ad una prospettiva femminile, visto che le donne sono medaglie d’oro nell’adattamento e nella risoluzione dei problemi. E il maschio? Bhe non facciamo una bella figura in questo film, ma quei pochi buoni uomini (Massimiliano Gallo) che gravitano attorno alla storia “servono” a rassicurare le donne nella loro impresa.

Ovviamente un film così in bilico presenta qualche cosa che non va, come la musica (esclusa quella del “maestro” Tony Tammaro) e il suo utilizzo, qualche personaggio affrontato solo superficialmente, la sbrigativa questione della formaldeide e qualche prova attoriale non propriamente memorabile. Tutti difetti che però non sminuiscono in maniera tanto invadente la piacevolezza del film (il pubblico in sala ha riso il giusto) e soprattutto l’orgoglio e l’intraprendenza di un regista nel voler fare qualcosa di diverso, soprattutto se riguarda la propria città.

Cast: Pina Turco, Massimiliano Gallo, Cristina Donadio, Tony Tammaro, Lucianna De Falco, Stefania Zambrano, Arturo Muselli, Francesco Borragine, Giorgio Pinto.

Regia: Stefano Incerti

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