Modello Chianti: la magia del vino nella terra di mezzo

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La leggenda del Gallo Nero
La magia del Chianti

Un modello troppo ambizioso per l’Irpinia? Molto probabilmente sì, ma a volte per crescere e migliorare bisogna anche rischiare e provare ad alzare l’asticella oltre i propri limiti. Del resto, se si parla di vino non si può fare a meno di tirare in ballo la terra del Chianti e suoi dolci declivi. Soprattutto se, come i produttori della nostra provincia, si hanno sogni e progetti importanti da coltivare. E allora lasciamoci conquistare da una fetta di Italia straordinaria, capace di legare in maniera indissolubile il vino al proprio territorio, alle proprie radici. Siamo nella Toscana dei vigneti e delle lande arrossate dai tramonti, dove il vino è una passione da coltivare e coccolare ogni giorno. E, soprattutto, da far conoscere e promuovere ovunque, fino a richiamare tra le valli migliaia di curiosi e visitatori. Perché un grande bicchiere di vino può diventare straordinario solo se assaggiato nella sua terra. Di seguito, ecco il primo articolo di una serie di contributi immaginati per dare forza e sostanza ad un sogno possibile anche in Irpinia.

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È il 1996, il film è “Io ballo da sola” di Bernardo Bertolucci e l’immagine quella di Liv Tylor che si muove sensuale e selvatica lungo le verdi distese dell’incontrastabile e poetica bellezza della terra del Chianti. Terra del Chianti,  terra di mezzo, “pernio di divisione”, fra due fiumi reali e fra le due Valli maggiori della Toscana, che  comprende un’area geografica situata a sud dell’Appennino e fra le latitudini che ricomprendono Firenze e Siena. Una fascia inizia a nord, dalla zona del Mugello verso Rufina e Pontassieve, prosegue lungo i monti del Chianti fino ad arrivare a ricomprendere il territorio del Comune di Cetona. L’altra si origina sul Montalbano e si allaccia alla Val di Pesa con direttrici verso San Gimignano e Montalcino.

Il Chianti, il cui nome di origine probabilmente etrusca sembra comparire nei documenti solo nell’ottavo secolo, è tutto un susseguirsi di splendidi paesaggi, di suggestivi borghi medievali e di castelli che sbucano improvvisamente tra una curva e l’altra lungo la strada che si apre a distese incontaminate di fitti vigneti, boschi di castagni querce e lecci. Il Chianti della ciccia, della panzanella, della finocchiona al raviggiolo, dell’olio di oliva d.o.p, del flusso turistico inarrestabile, dei viandanti e dei sognatori, e soprattutto del vino D.O.C.G, ovverosia del Chianti classico. Questo tipo di vino si differenzia dagli altri vini del Chianti per l’inconfondibile etichetta rosa con il simbolo del Gallo Nero su sfondo oro. Questa particolare etichetta rappresenta il Consorzio Vino Chianti Classico, nato nel 1924 per tutelare questo vino e la sua denominazione.

La leggenda del Gallo Nero narra che, per porre fine alle loro dispute nel corso del XIII secolo, Firenze e Siena decisero di fare una gara molto particolare: il punto d’incontro tra due cavalieri partiti al canto del gallo rispettivamente da Firenze e da Siena, avrebbe segnato il confine dei rispettivi territori. I Fiorentini scelsero un galletto nero e si narra che lo tennero a digiuno e al buio per qualche giorno prima della gara, cosicché quando venne liberato cantò molto prima dell’alba permettendo al cavaliere fiorentino di arrivare più lontano. Il confine fu infatti fissato a meno di 20 km dalle mura di Siena. Da allora il Gallo Nero fu adottato dalla Lega del Chianti prima e poi dal Consorzio Vino Chianti Classico come simbolo di questo pregiato vino.

Il Chianti Classico, prodotto nel rispetto di norme severe che ne tutelano e ne garantiscono la qualità, è uno dei vini più pregiati al mondo. È realizzato in 70 mila ettari di territorio compreso tra le città di Siena e Firenze, in un’aerea che abbraccia otto comuni: Greve in Chianti, Barberino Val d’Elsa, Tavarnelle Val di Pesa e San Casciano in Val di Pesa in provincia di Firenze; Castellina in Chianti, Gaiole; Radda, Castelnuovo, Berardenga e parte del Comune di Poggibonsi in provincia di Siena.

La produzione di questo nettare dal sapore armonico, asciutto e leggermente tannico, è regolamentata dall’ultimo disciplinare di produzione del 18 settembre 1996, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto ministeriale relativo al riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata e Garantita- D.O.C.G. Il colore del Chianti classico è il rubino brillante, tendente al granato. La quantità di zucchero massima deve essere di 4 grammi di zuccheri riduttori, e deve essere invecchiato per almeno 11 mesi. Deve avere una gradazione alcolica minima di 12°, che può salire a 12,5 per il Riserva, che richiede un invecchiamento minimo di 24 mesi, di cui almeno 3 di affinamento in bottiglia. Rispetto al Chianti Classico, il Riserva è un vino più nobile, presenta una finezza maggiore, odore prolungato e gusto più pulito. Merito delle uve scelte che lo compongono e dell’invecchiamento. Esso dipende sia dall’annata sia dalla raccolta e dalla coltivazione della vigna. Solo il 20% del Chianti Classico diventa Riserva: a lui saranno destinate le uve migliori che vengono invecchiate in botti di rovere.

Per quanto concerne i vitigni invece, il Protagonista indiscusso del Chianti Classico è il Sangiovese di qualità superiore, presente in percentuali che possono andare dall’80 al 100%. Questo tipo di uva è costituta da grappoli compatti, conici, di medie dimensioni e tralci vigorosi e resistenti alle malattie. Gli acini sono allungati e gonfi di colore nero violaceo, con la buccia leggera e consistente e la polpa poco carnosa e acidula. Sono ammesse altre uve a bacca rossa per un ammontare complessivo che può arrivare al massimo al 20%: Canaiolo,Colorino, Cabernet Sauvignon e Merlot. Sono ammesse, infine due uve a bacca bianca come Malvasia e Trebbiano, che da soli o insieme possono arrivare a un massimo totale del 6% .

Affinché il Chianti Classico mantenga le proprie caratteristiche, il disciplinare del 1996 regola non solo la produzione del vino ma anche la coltivazione delle vigne: ogni ettaro di terra può produrre al massimo 75 quintali di uva equivalenti a circa 52,5 ettolitri di vino; ogni pianta può produrre al massimo 3 Kg di uva e per impiantare nuovi vigneti devono passare 5 anni dall’ultima vendemmia. I vigneti devono trovarsi su terreni posti a un’altitudine non superiore a 700 metri s.l.m. La forma di allevamento tradizionale è rappresentata dall’archetto toscano, derivato dalla tecnica Guyot. Negli ultimi anni si è diffuso il “cordone speronato”, forma che si presta a meccanizzazione senza rinunciare alla qualità. A settembre, grazie alle escursioni termiche altalenanti, il processo si conclude rendendo possibile la vendemmia nel mese di ottobre.

Mariagrazia Passamano

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