Di Marzo: il modello Chianti ha fatto la storia, ora tocca a noi

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Chianti e Irpinia, due modi di fare vino e sviluppo, due mondi vicini ma anche molto lontani. Mariagrazia Passamano (leggi qui l’articolo) ha analizzato il Consorzio del Chianti Classico e provato a gettare un ponte tra le due filiere. La Toscana parte da un vantaggio competitivo storico, difficile da scalfire, ma anche la nostra provincia ha potenzialità importanti, spesso sottovalutate. Mettere a sistema e cominciare a far girare quello che i francesi chiamano terroir sarebbe già un bel salto in avanti. “Il consorzio del Chianti Classico rappresenta sicuramente una realtà importante, un modello al quale guardare con grande attenzione. Conosco benissimo quella realtà, ma credo abbia caratteristiche diverse dalle nostre. E non mi riferisco solo al territorio, ma anche e soprattutto alle persone”.

Stefano Di Marzo
Stefano Di Marzo

Per il presidente del Consorzio di Tutela dei Vini d’Irpinia Stefano Di Marzo il Chianti rappresenta anche un tuffo nel passato. “Vent’anni fa studiavo a Firenze e avevo casa proprio in quelle zone. Ricordo che arrivavo quasi sempre di notte: ero stanco, distrutto, ma preferivo non dormire e godermi il viaggio in pullman attraverso quella campagna incantata. Ricordo le splendide ville seicentesche, oltre naturalmente ai vigneti e le sconfinate colline. Quella gente ha nel Dna il senso della bellezza, c’è poco da fare. Vivono in posti fantastici, e lo sanno bene”.

Un modello inarrivabile per l’Irpinia? Di Marzio non nasconde orgoglio e senso di appartenenza. “Amo la nostra provincia, ma sarebbe stupido ignorare la storia, che non può essere la stessa. Ho la fortuna di vivere e lavorare in una provincia straordinaria, ma non posso non ricordare a me stesso che quel consorzio è nato agli inizi degli anni ’20 e ha quasi cent’anni di storia. Vent’anni fa in Irpinia c’erano poche aziende che imbottigliavano: in pochi anni c’è stata una crescita esponenziale che ora richiede una fase di assestamento, di organizzazione capillare. C’è bisogno di lavoro e impegno serio, e le premesse sono sicuramente incoraggianti. Siamo decisamente più giovani, ma abbiamo le idee chiare”.

Per Di Marzo sarebbe in ogni caso un limite non guardare a quel modello, “un riferimento importante per noi produttori, ma anche per chi amministra. E’ importante prendere spunto da certe dinamiche per provare a trasferire in Irpinia le pratiche migliori. Ogni processo di sviluppo serio e di lungo termine si pianifica agendo su più livelli, lavorando di concerto per obiettivi comuni”.

La promozione, la capacità di veicolare il vino e il territorio in un unico marchio è sicuramente il punto di forza di un’area che ha saputo diventare nel tempo un modello di sviluppo vincente. I produttori toscani guardano da sempre oltre la propria azienda e hanno dimostrato, come pochi, di saper lavorare in filiera. “L’Irpinia ha potenzialità importanti che, come Consorzio, stiamo cercando di far venire fuori. Il vino irpino, anche il migliore, anche quello docg, ha bisogno di essere veicolato e promosso dalla cultura di un territorio che vive da sempre di vino. E’ questa la grande sfida che ci attende: parlare di Irpinia, della nostra storia, non solo delle nostre produzioni”.

In arrivo c’è l’atteso riconoscimento ministeriale, un attestato di qualità destinato a fare la differenza soprattutto sui mercati internazionali. “Il consorzio di tutela dei vini d’Irpinia è nato con quell’obiettivo. Non è stato facile arrivarci, ma ora ci siamo. Sarà un valore aggiunto importante, da capitalizzare per la crescita della filiera”.

Il consorzio di tutela dei vini d’Irpinia conta su una base di oltre 500 soci, destinata a crescere ulteriormente. “I numeri sono importanti, ma non sono tutto. Servono passione e unicità di intenti. Sono convinto – conclude Di Marzo – che il nostro consorzio potrà contribuire in misura importante alla crescita del settore vitivinicolo irpino e di tutta la provincia”.

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