La testimonianza di un’italiana a Barcellona: “Referendum, noi stranieri disorientati e confusi”

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Barcellona, il giorno prima del referendum

BARCELLONA-  Inizia il conto alla rovescia, e non solo per i catalani, domani primo ottobre dovrebbe – e in questo caso il condizionale è d’obbligo – tenersi il “referendum indipendentista”. Condizionale obbligatorio, dicevamo, perché le relazioni tra il governo centrale e quello della Generalitat sono sempre più tese.

La reazione di Madrid – nei giorni scorsi –  è stata davvero molto dura: la mattina del 20 settembre gli agenti della Guardia Civil hanno arrestato Josep Maria Jové, braccio destro del vice presidente catalano, insieme ad altre 13 persone tra funzionari ed esponenti del governo regionale, in quanto principali organizzatori del referendum non riconosciuto da Madrid e previsto per il primo di ottobre. Fra gli arrestati il direttore del dipartimento di attenzione ai cittadini del governo Jordi Graell e il presidente del Centro delle telecomunicazioni Jordi Puignero. Inoltre i Mossos d’Esquadra dipendenti dalle autorità regionali sono stati posti sotto la tutela del Ministero dell’Interno spagnolo.

Le manifestazioni di protesta intanto non si placano e le strade di Barcellona sono un coro congiunto e continuo di slogan indipendentisti.

E così una piccola regione del mondo rincorre una forma di indipendenza anacronistica e lo fa disobbedendo, autodisciplinandosi, autodeterminandosi, e mostrandosi ostinatamente proiettata a realizzare un confine sempre più marcato in una realtà  estremamente globalizzata.

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire perché questo referendum “non s’ha da fare” secondo Madrid e quali sono le ragioni giuridiche che lo renderebbero incostituzionale.

La Costituzione spagnola recita all’art. 2: “La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. La norma in questione consacra dunque il principio della indissolubilità dello Stato spagnolo. La conseguenza giuridica di tale disposizione è pertanto la negazione del diritto di autodeterminazione. Accanto al principio dell’unità indissolubile della Nazione Spagnola il testé riportato art. 2 riconosce e garantisce anche il diritto all’autonomia delle nazionalità e delle regioni che la compongono – e dal suo Titolo VIII – dedicato all’organizzazione territoriale di Spagna. Il Costituente spagnolo del 78, oltre a sancire il ritorno alla democrazia, cercò dunque una soluzione per rispondere alla richieste di autonomia provenienti dalla forze nazionaliste, sopratutto basca e catalana, e in generale per risolvere le diversità regionali che caratterizzano la Spagna, come Stato “plurinazionale”, ma rifiutate dal regime autoritario franchista.

A ben vedere dunque la soluzione che emerge dalla Costituzione del 1978 costituisce  il compromesso raggiunto tra le forze politiche con diverse posizioni rispetto al decentramento dello Stato, che oscillavano fra la idea di uno Stato unitario e centralizzato e una qualche forma di “federazione”. Il disegno di decentramento territoriale del potere contenuto nella Costituzione spagnola ha un carattere sostanzialmente aperto infatti, a differenza di quella italiana, non indica quali sono le regioni in cui si ripartisce lo Stato, nè le istituisce, ma si limita solamente a prevedere il procedimento attraverso il quale le comunità territoriali possono, se vogliono, acconsentire all’autonomia politica e organizzarsi in Comunità Autonome, oppure le competenze alle quali le comunità autonome una volta costituitesi possono accedere. L’autonomia politica è riconosciuta come un diritto all’autogoverno, che le regioni possono esercitare o no. Questo principio è conosciuto come principio “dispositivo” o di “volontarietà”, e si è costituito progressivamente tra il 1979 e il 1983.

Tuttavia nonostante questa ampia autonomia riconosciuta alle comunità autonome il sentimento indipendentista di alcuni regioni non conosce pace, anzi – come nel caso della Catalogna – è andato ad acutizzarsi negli anni.  E davvero in Catalogna la scelta indipendentista è un fenomeno che ha assunto negli ultimi anni dimensioni di movimento di massa.

I principi su cui è fondato l’indipendentismo catalano fanno riferimento alla storia della Catalogna, sulla cui interpretazione però non c’è grande accordo tra gli storici – anche tra quelli catalani. Chi vuole la separazione della Catalogna dalla Spagna sostiene spesso che già in passato la Catalogna sperimentò delle forme di sovranità e indipendenza: per esempio fa riferimento alle “contee” che furono create nell’attuale Catalogna durante l’Impero Carolingio, alle quali fu riconosciuta una sovranità di fatto che per alcuni proseguì fino all’11 settembre 1714, quando nel corso della guerra di successione spagnola i difensori di Barcellona – composti dalla Coronela, l’esercito regolare catalano – furono sconfitti dopo 14 mesi d’assedio. La vittoria dei borboni mise fine alle istituzioni catalane e il nuovo re impose un modello politico centralista simile a quello dell’assolutismo francese. Per altri storici, comunque, quello delle “contee” dell’Impero Carolingio non fu nulla di associabile al concetto di indipendenza in senso moderno, auspicato oggi dagli indipendentisti catalani.

Quello che successe nel 1714, ad ogni modo, è il motivo per cui l’11 settembre di ogni anno in Catalogna si celebra la “Diada Nacional de Catalunya” (“La giornata nazionale della Catalogna”), e ciò che spiega perché al minuto 17.14 delle partite di calcio del Barcellona i tifosi della squadra catalana fanno cori a favore dell’indipendenza.

Già nel 2014 vi era stato un progetto di referendum, ma nel marzo dello stesso anno il Tribunale costituzionale spagnolo ne dichiarò l’illegittimità, anche se una votazione – senza alcun valore legale – si tenne comunque l’otto aprile e l’80,72% dei votanti si espresse per la piena indipendenza, ma vi partecipò appena il 35,9%  degli “aventi diritto”.

Nel giugno di quest’anno, invece, il Presidente del Governo della Catalogna, Carles Puigdemont, ha annunciato l’intenzione di indire per ottobre dello stesso anno un secondo referendum, stavolta di natura vincolante, sull’indipendenza della regione. Il 6 settembre 2017 il parlamento catalano ha approvato la Legge 19/2017 del Referendum de “Autodeterminación”, che indice appunto il referendum con valore vincolante sull’indipendenza della Catalogna dalla Spagna in forma di Repubblica, fissandone la data per il 1º ottobre 2017. La  suddetta legge che è stata dichiarata incostituzionale  dal Tribunale Costituzionale, e da qui il lungo braccio di ferro tra il governo centrale e quello catalano.

Riguardo alle ripercussioni economiche il “Registro Mercantil” (“Registro delle Imprese” spagnolo”) parla di 8000 imprese fuggite dalla Catalogna (a partire dal 2008) a causa del rischio di secessione e per la crescente pressione fiscale. Questi dati portano la regione al secondo posto per fuga di società, subito dietro alle Canarie. Gli ultimi due anni sono stati ancora peggiori. Nel 2016 sono stati persi capitali per 1,3 miliardi di euro, mentre i primi 8 mesi del 2017 hanno registrato la migrazione di 414,6 milioni.

Vivere da vicino un moto indipendentista genera sentimenti contrastanti, e infatti i tanti stranieri che vivono e lavorano a Barcellona sono confusi, da un lato temono le ripercussioni in campo economico e politico-istituzionale e dall’altro si lasciano trascinare da questa grande anima in movimento che respira profondamente e con ansia aspettando l’alba di domani.

Il già capo del corpo nazionale della polizia catalana, Narciso Ortega Oliva, ha dichiarato ieri durante un nostro incontro che non dovrebbero esserci gravi stravolgimenti. Mentre nelle ultime ore altri osservatori internazionali indipendenti sono giunti  a Barcellona, e si stanno unendo agli altri già presenti nel territorio catalano dagli inizi di settembre. Giorni fa invece Las Asociaciones Judiciales, Asociación Profesional de la Magistratura, Asociación Francisco de Vitoria, Jueces y Juezas para la Democracia y Foro Judicial Independiente, hanno approvato un comunicato che, in relazione alla situazione de la Comunità catalana, stabilisce: “Un’autorità che si ribella coscientemente contro la norma costituzionale che la legittima perde il carattere dell’autorità e non deve essere obbedita. La disobbedienza che disprezza le norme giuridiche che proteggono la dissidenza non è un atto eroico ma totalitario.”

È stata inoltre disposta la chiusura dello spazio aereo e nel frattempo stanno marciando sulla capitale catalana 400 trattori facenti parte di una colonna di 2.150 mezzi agricoli provenienti da tutta la regione.

Ieri le Nazioni Unite hanno emesso un comunicato, attraverso l’Ufficio dei diritti umani, che reclama al Governo nazionale che la sua strategia è in collisione con i diritti fondamentali,  quali la libertà di espressione, riunione, associazione e partecipazione pubblica.

A monte di tutta questa sequenza di eventi il dubbio martellante è il seguente: cosa accadrà?

Pare che adesso la spaccatura iniziale tra indipendentisti e non si stia riducendo drasticamente, i catalani quasi unanimamente sono orientati a sostenere che è un diritto votare, un diritto democratico.

I due volti della anti-democrazia: da un lato la disobbedienza e dissidenza di un popolo alla sua norma suprema, dall’altro un governo centrale che reagisce con una tale veemenza ed incisività da lasciare intravedere una violazione dei diritti fondamentali.

Piero Calamandrei scriveva: “Che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire democrazia? Vuol dire prima di tutto fiducia del popolo nelle sue leggi: che il popolo senta le leggi dello Stato come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall’alto”.

Ed è in compagnia delle parole di uno dei più grandi giuristi e costituzionalisti che resteremo nell’attesa di vedere se e quanti catalani riusciranno a votare, consci che l’atto di barrare la casella del “si” o del “no” costituisce forse l’unico modo per capire quanto e fino a che punto le leggi dello Stato spagnolo appartengano davvero alla coscienza del popolo catalano.

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