Irpinia, parla Chiara: un’altra storia di malasanità

    0
    2145

    Il distretto di Atripalda per un periodo di oltre 6 mesi forniva tre garze sterili al giorno e nessuna medicazione avanzata perché la gara d’appalto era scaduta e attingevano alle scorte che dovevano bastare per tutti. Tu immagini dover toilettare e medicare una piaga grande come una noce di cocco al sedere di un vecchietto giornalmente con tre garze, e magari dover chiedere ai familiari, che a stento mangiavano, di dover comperare le garze sterili per medicare il loro parente?? Una tragedia e quindi vai da quello che di garze ne aveva di più e chiedile in prestito, oppure riempi la macchina di materiale perché magari quel vecchietto è morto e porta tutto all’altro a cui danno tre garze, col rischio che se ti prendono ti denunciano pure”.

    A scriverci è Chiara – nome di fantasia ndr – ex infermiera, addetta all’assistenza domiciliare, oggi impiegata al Nord in un altro settore: “Ho letto il tuo articolo e ti scrivo, da persona zelante e innamorata del suo lavoro quale sono, per raccontarti soltanto alcune delle vicende assurde a cui mi è capitato di assistere durante il periodo in cui andavo giornalmente – o quasi – dai “miei vecchietti”. Posso dire di aver affrontato cose che voi umani neppure lontanamente potete immaginare”.

    Nella sua missiva, inviatami dopo l’amara vicenda sul mancato approvvigionamento di cateteri e stomie, Chiara fa alcune premesse necessarie a comprendere la sua denuncia. “La richiesta dei materiali per l’assistenza domiciliare è su base mensile – ad esempio le garze disinfettanti e altre medicazioni avanzate –  o su base trimestrale – come cateteri e stomie. In verità in 4 anni le modalità di richiesta sono cambiate almeno 50 volte, fino a quando finalmente hanno trovato una strada che per loro era la più giusta e siamo andati avanti così”.

    Chiara precisa anche che ogni distretto ha la sua modalità di richiesta e la sua relativa “sfornitissima farmacia” evidenziando che la richiesta dei materiali di uso giornaliero la fa “un medico di base che, nell’80% dei casi, non sa neanche come è fatto il suo paziente né tanto meno la sua ulcera o i suoi bisogni senza confrontarsi con l’infermiere che lo vede tutti i giorni e sa di cosa effettivamente ha bisogno senza sprechi. La domanda per i presidi speciali, come le medicazioni avanzate, pannoloni, cateteri, pasti speciali enterali e parenterali, viene inoltrata da un medico specialista che richiede l’erogazione oggi e ti arriva tra un mese, quando l’ulcera si è aggravata in maniera irreparabile, o il vecchietto non ha più bisogno di dei pannoloni ma dei cateteri e relative buste, oppure quando è morto e basta. E se all’indomani della fornitura il malato muore tutte queste cose non vengo di certo restituite, piuttosto buttate o, nel peggiore dei casi, vendute come i pannoloni. Per quanto riguarda i presidi grandi, come letti sedie e sollevatori, immagina che servono due mesi per farli arrivare poi quando non serve più al malato, l’Asl non pretende mica la restituzione, come sarebbe doveroso e opportuno fare. E no. Preferisce lasciare tutto ai parenti delle persone defunte che giustamente, il più delle volte, lo danno ad associazioni no profit che, a loro volta, per prestare questi materiali pretendono una donazione. E così giù altri soldi. Mi ricordo una volta andai a casa di un signore che utilizzava il sollevatore della defunta madre, quello fornito dall’Asl, per trasportare la legna dalla cantina alla casa”.

    Chiara continua: “Non sai quante volte ho dovuto toilettare chirurgicamente ulcere per non aspettare i tempi di un chirurgo arrestato per il fatto dei cartellini e che non era stato rimpiazzato affatto. A noi infermieri, in base alla gravità della malattia, danno un tempo in cui dobbiamo far stare tutti i trattamenti del paziente: in genere si tratta di un quarto d’ora fino ad un massimo di mezz’ora. Tempo rigorosamente controllato da un chip che registra gli ingressi e le uscite per ogni paziente e stabilito in base allo zelo del medico di base che va a contrattare con “grandi capi” dell’Adi, entro cui dobbiamo effettuare gli accessi infermieristici o fisioterapici per ogni paziente. E tu immaginerai che non tutti abbiamo lo stesso tipo di vena: c’è chi ce l’ha più coperta, chi mangiata da una chemio, chi ha delle vene facili da prendere, chi anche se facili lo devi tenere perché purtroppo per demenza non capisce. E quindi prendi una vena, poi magari sempre in quel quarto d’ora devi anche medicare il paziente poi la pressione e spesso ti capita che i familiari si lamentano del fatto che non sei stato accurato nella medicazione o che all’anziano non l’hai guardato in faccia e non è giusto”.

    Te ne racconto un’altra: esiste un protocollo per la gestione dei cateteri venosi centrali picc e port, che anche noi al domicilio dovevamo rispettare perché era pubblico e pubblicato sul sito dell’Asl, ma la struttura non ci forniva il materiale sterile per la pulizia e la medicazione dei cvc. Sapessi quante volte sono andata ad elemosinare in ospedale aghi di huber per perforare un port e poter somministrare la terapia o l’alimentazione. Converrai con me che al domicilio ci sono persone che il più delle volte hanno bisogno di essere alimentate e idratate, a cui devono essere somministrati farmaci particolari e senza vene incanalabili, come fai? Il posizionamento del picc è a discrezione dell’anestesista del domicilio e se proprio proprio è necessario, lo vai a mettere a Sant’Angelo dei Lombardi. E immagina a convincere i parenti di un paziente delicato e critico, come quello del domicilio, a prenotare un’ambulanza per andare a Sant’Angelo dei Lombardi per mettere una vena centrale che nell’80% delle volte non ritengono neppure necessaria per poca informazione o perché il medico di base ha deciso che quel paziente prima muore e meglio è e quindi non gli da indicazione”.

    Chiara si sofferma anche sui cateteri fissi e i loro costi esorbitanti: “Quelli che fornisce l’Asl sono di silicone rigidi e si cambiano ogni 3 settimane: costano in farmacia circa 20 euro ma nella maggior parte dei casi, su un paziente al domicilio, non li mettiamo perché essendo rigidi si rischia di ledere l’uretra dell’anziano che ha dolore e sanguinamento. Nonostante ciò l’Asl continua a dare questi. Noi facciamo comprare quelli di caucciù che costano 3 euro scarsi: sono più morbidi e si cambiano ogni 15 giorni. E se i parenti andavano a richiederli all’Asl, la risposta era celere e puntuale: forniamo quelli di silicone, vi dovete accontentare! E allora io mi chiedo lo fanno per ignoranza in materia, spreco oppure per assicurare l’appalto a qualche azienda in particolare”.

    E conclude: “Quante e quante cose potrei ancora raccontarti, potrei scrivere due libri. Il problema è che purtroppo all’Asl tutti devono prendersi la propria fetta di guadagno e ad Avellino nessuno riesce a ridurre lo strapotere ai medici politicizzati – passami il termine – che sono considerati sempre e comunque dei santoni. In tutto questo schifo ci sono poi i poveri infermieri della cooperativa, bistrattati e sottopagati, che non hanno diritto alla parola. E chi ne fa le spese? I poveri pazienti o parenti costretti a girare 50 uffici per sentirsi dire che questo è. E mi chiedo per quale motivo non si possa prendere spunto da realtà dove i servizi domiciliari sono gestiti in maniera diversa, come alcune regioni del Nord, dove il servizio funziona e la gente è anche felice perché non si sente abbandonata. In conclusione posso dirti però che io adoravo il mio lavoro di domicilio: ad altre condizioni sarei rimasta volentieri anche se rinunciavo alla mia vita privata e al mio tempo libero. Negli anni in cui ho lavorato sono riuscita ad acquisire competenze in ogni campo che difficilmente avrei potuto mettere insieme in ospedale. Purtroppo però non essendo sicuro ho dovuto lasciare per porti più sicuri”.

    Unite alla mia voce la vostra. Raccontatemi la vostra storia con una mail a francesca.fasolino@piueconomia.it!

    Print Friendly, PDF & Email