Saggese e la poesia dimenticata: il Sud rialzi la testa

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Paolo Saggese

“Oh, il Sud è stanco di trascinare morti/ in riva alle paludi di malaria, /è stanco di  solitudine, stanco di catene”. Questi alcuni versi della struggente poesia “Lamento per il sud” di Salvatore Quasimodo, uno dei padri dell’ermetismo e vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1959. Eppure l’opera di Quasimodo, al pari di altri autori meridionali, non compare nell’olimpo della “letteratura vera”, nel pantheon delle figure di rilievo selezionate dal Ministero della Pubblica istruzione per i programmi scolastici (per i Licei). Ebbene sì, lo scrittore siciliano appartiene anch’egli all’esercito degli scartati, degli esclusi, dei senza gloria, di coloro che sono confinati nel “ghetto” a sud di Roma, come rappresentanti di un’espressività meramente regionale. I clandestini della letteratura italiana, gli invisibili, i Cancellati. Nel 2010 infatti, nel silenzio generale, una commissione di “esperti” nominata dall’allora Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini stilò il documento recante “Indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento concernenti le attività e gli insegnamenti compresi nei piani degli studi previsti per i percorsi liceali di cui all’art. 10, comma 3, del D.p.R. 15 marzo 2010”. Orbene, le anzidette “indicazioni nazionali” elencano 17 autori, ritenuti “non eludibili” e “decisivi”, ma tra questi non compare nessun meridionale – eccetto Verga e Pirandello –  ed una sola donna, Elsa Morante.

Se i libri guidano la rivoluzione

Ad accorgersi per primi del misfatto furono due intellettuali irpini – del Centro di documentazione sulla poesia del sud – Paolo Saggese e Peppino Iuliano, i quali da quasi otto anni portano avanti con ostinata una doverosa battaglia contro questa assai discutibile selezione ministeriale. Insieme ad Alessandro Di Napoli, Alfonso Nannariello e Raffaella Sella, hanno dedicato alla questione due opere – “Faremo un giorno una carta poetica del sud ”, con la prefazione di Alessandro Quasimodo e “Faremo un giorno una carta poetica del sud (2)”  con la Prefazione di Paolo di Stefano – che raccontano diffusamente  questa vicenda politico-culturale. È un combattente nato, Paolo Saggese, un utopista, un “operaio di sogni”, un custode della cultura meridionale, un“rivoluzionario gentile”. Bacchetta gli intellettuali che nel tempo sono stati capaci di dare espressione solo alle ombre, senza mai sottolineare, anche, la luce del meridione, contribuendo indirettamente all’operazione di coloro che stanno tentando di effettuare, come scrive Paolo Di Stefano, una vera e propria opera di “rimozione” della Terronia dalla cultura italiana. “Dobbiamo liberarci dal senso di minorità”, dice, con una sfumatura di amarezza.

Saggese, nel libro “Rocco e i suoi fratelli” lei parla della Damnatio memoriae della poesia del Sud, ovverosia della “sfortuna critica” che ha riguardato e riguarda la produzione in versi degli autori nati a Sud di Roma. Le indicazioni nazionali per i Licei come si inseriscono in questo scenario di svalutazione della poesia del Sud, da voi già ampiamente denunciata e documentata – con il Centro di documentazione della poesia del Sud?

Da più di un decennio il nostro Centro di documentazione sulla poesia del sud ha posto l’accento su quella che abbiamo definito provocatoriamente la damnatio memoriae della letteratura e soprattutto della produzione in versi nata nel corso del Novecento nella parte meridionale dell’Italia.  Ad antologie e saggi specifici è seguita una vera e propria iniziativa politica, con risvolti parlamentari che hanno riguardato la modifica delle indicazioni nazionali, confermando – in negativo – quello che noi sostenevamo quindi già da otto anni, ovverosia la sussistenza di un processo di damnatio memoriae della letteratura meridionale. La particolarità consisteva nel fatto che tale processo, da noi disvelato, ci veniva confermato da un documento ministeriale che per il 900 pieno citava a mo’ di esempi 17 autori tutti nati a Roma o a nord di Roma, per la precisione autori liguri piemontesi, lombardi, veneti e toscani, ma nessun meridionale – con l’unica eccezione di Verga e Pirandello –  e una sola donna. Nei fatti il ministero ha realizzato una sorta di canone della letteratura che impone indirettamente alle case editrici, agli studiosi e alle scuole, gli autori del ‘900, stabilendo in questo modo anche qual è la storia letteraria del ‘900 che sarà tramandata ai posteri.

Il mondo degli intellettuali come ha reagito di fronte di queste vostre argomentazioni?

L’intellettualità libera ha messo subito in evidenza la non affidabilità dell’elenco contenuto nelle Direttive nazionali. E a partire dal 2012 abbiamo avuto immediati riscontri sui giornali a diffusione regionale e provinciale, ma anche su giornali nazionali. E abbiamo avuto molto sostegno da alcuni centri di ricerca e da diverse associazioni culturali.

Nel libro “Faremo un giorno una Carta poetica del Sud 2” lei scrive: “qualcuno ha tentato, ope legis, di creare un canone della Letteratura italiana” e definisce questa operazione pericolosa. Può spiegare più estesamente le ragioni della pericolosità del suddetto elenco?

Noi sosteniamo che questo canone sia pericoloso perché è un canone artificioso ed ingiusto in quanto troppo parziale e incentrato su una visione “nordista” della storia della letteratura e della cultura italiana. Possiamo dire, sbilanciandoci un po’, che chi ha proposto tale elenco direttamente o indirettamente abbia o avesse una visione limitativa e limitante della letteratura del ‘900. Ovviamente non si può pensare che per un intero secolo il sud Italia, che rappresenta più di 1/3 della popolazione nazionale, non sia stato in grado di esprimere una figura di scrittore e di poeta degno di essere inserito in un elenco, seppure esemplificativo, come quello. Pertanto il problema che noi poniamo è quello degli effetti che produce un canone letterario, condizionando anche le antologie che si uniformano a tale elenco, e poi ponevamo la questione sulla veridicità dello stesso. In altre parole, è veramente quella la letteratura  italiana del ‘900 o soltanto quella?

Avete operato tanto nel campo dell’opinione pubblica quanto in ambito politico. Il ministero della Pubblica istruzione come rispose inizialmente ai vostri “reclami”? E dal 2012 ad oggi cos’è accaduto?

Il Ministero rispose dicendo che ci stavamo inventando tutto e che le indicazioni nazionali non sono prescrittive, poiché vi è la libertà di insegnamento e l’autonomia scolastica. Cose tutte vere, a livello teorico. Ciò non toglie, però, che quell’elenco, sebbene indicativo, non è corretto, in quanto non rappresenta la cultura italiana del ‘900 ed è per questo un elenco “pericoloso”, perché come ho già detto esso condiziona la ricostruzione della tradizione letteraria italiana del ‘900. Il nostro intento non è mai stato, nella maniera più assoluta, quello di acuire uno scontro tra Nord e Sud d’Italia, ma piuttosto quello di creare ponti, di confronto e di condivisione della cultura nazionale. Dal 2012 in poi sono state presentate sei interpellanze parlamentari da vari partiti politici quali Partito democratico, Sel e Movimento Cinque Stelle, alle quali il Ministro dell’Istruzione ha risposto in modo interlocutorio. Parallelamente la questione è stata discussa in due ordini del giorno della Regione Campania dietro proposta dell’onorevole Rosetta D’Amelio e in un ordine del giorno della regione Calabria. Poi ci sono state due lettere provenienti dalla Regione Basilicata e dal Molise, con richiesta di modifica delle indicazioni nazionali. Inoltre il 24 febbraio del 2015 vi è stata  una risoluzione delle settima commissione della Camera dei Deputati votata all’unanimità, con l’astensione della sola Lega Nord, in cui si chiedeva al Governo di modificare  le indicazioni nazionali. Successivamente con il Ministro Stefania Giannini abbiamo trovato un’interlocutrice che ha saputo cogliere gli elementi problematici di tutta la questione. Lei stessa in un’intervista del 2014 ha messo in evidenza come questo elenco fosse incompleto, meravigliandosi tra l’altro che Rocco Scotellaro non vi fosse stato inserito.

 Ci sembra di capire, dunque, che con il ministro Giannini ci sia stata una svolta?

Una svolta parziale. In quell’estate agli esami di Stato come analisi del testo lei diede una poesia di Salvatore Quasimodo e per un altro saggio, come traccia di saggio, fu scelto un brano di una novella di Grazia Deledda. Lei stessa attraverso i funzionari del ministero dichiarò che questa era una sorta di svolta rispetto alle indicazioni nazionali. Noi poi la incontrammo qualche settimana dopo, l’11 luglio, al Ministero, e in quella data ci confermò che avrebbe celermente proposto una modifica delle indicazioni nazionali, magari semplicemente attraverso una circolare. Anche le risposte che vennero dai sotto segretari, alle interpellanze che erano seguite, furono possibiliste. Soltanto che poi dal 2015 siamo entrati di nuovo in una situazione di stallo. La stessa Giannini, che io ho incontrato di nuovo nell’ottobre del 2016, mi promise che avrebbe messo mano a questo provvedimento, ma da lì a poco sarebbe stato cambiato il Ministro della Pubblica Istruzione e quindi la palla è passata alla Fedeli, a cui noi abbiamo indirizzato nel dicembre del 2016 una lettera, pubblicata anche sul Fatto Quotidiano. 

Qual è l’ultimo passaggio, in ambito politico, di questa lunga vicenda?

L’ultimo momento di tutto questo discorso è stato l’incontro con il sottosegretario Vito De Filippo e con l’onorevole  Rosa D’Amelio. In quella occasione si è ipotizzato di realizzare una circolare – visto che non si possono modificare le indicazioni nazionali senza un iter piuttosto laborioso – finalizzata a modificare e a chiarire gli aspetti discussi. Sarebbe una parziale riparazione nell’attesa di un definitivo cambiamento.

Ad oggi però ci risulta che non sia stata emessa nessuna circolare. Nulla è cambiato di fatto, giusto?

Già, nulla è cambiato. Siamo ora in una situazione di stallo.

Tornando invece su un piano più generale, quale ritiene sia la motivazione sottesa a questa “esclusione” della letteratura meridionale?

L’esclusione è avvenuta, secondo il nostro punto di vista – e anche in base agli studi e alle riflessioni che abbiamo condotto – sulla base di un’idea che è sempre stata presente nella cultura italiana, ma che si è diffusa maggiormente dagli anni ‘70 in poi, e cioè che l’Italia meridionale rappresenti una realtà marginale e in quanto tale non espressione di una cultura dominante e di una cultura che possa suscitare fascino. La letteratura meridionale è degli ultimi, degli sconfitti e dei perdenti da un lato, mentre dall’altro rappresenta la letteratura dell’Italia rurale in contrapposizione alla letteratura operaia, industriale e  moderna. In questa contesa tra contadini e operai, tra cultura rurale e cultura urbana, i terroni rappresentano l’Italia perdente, l’Italia del passato, espressione di un modo arcaico. Tutto ciò che viene da sud è inserito in un calderone di negatività o di folklore; i meridionali o sono folkloristici o hanno qualcosa di negativo. La cultura meridionale non è cultura ma sub-cultura. Può essere la cultura napoletana, può essere la cultura della pizza, o della comicità delle canzoni napoletane, ma è sempre una letteratura che non ha i crismi della grande cultura.

Ma noi meridionali siamo anche responsabili di quanto sta accadendo. Una parte degli intellettuali meridionali può considerarsi responsabile di questa rappresentazione falsata della nostra cultura?

La nostra colpa è quella di accettare questa subalternità e minorità. Questa idea sminuente del sud, che si vede anche dalla rappresentazione che del sud ne danno la televisione e i mass media – l’Italia meridionale è solo camorra, solo spazzatura, solo mal costume oppure sentimenti annacquati un poco alla De Crescenzo – fa dei meridionali un popolo folkloristico, non affidabile e non responsabile. Un popolo immaturo che non è consapevole, un popolo primitivo, nel senso negativo. Di tutto questo i grandi intellettuali meridionali hanno una percentuale di colpa. L’idea che ci sia soltanto un certo sud è infatti anche veicolata da quegli intellettuali che hanno fatto di questa letteratura una professione. Non che siano loro i responsabili, però dall’altro lato non hanno fatto nulla per proporre la parte buona.

 

 

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