“Premio Dorso”, i giovani e la questione meridionale

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Nei giorni scorsi, ad Ariano, sono stati premiati i ragazzi vincitori della prima edizione del concorso letterario organizzato in memoria di Guido Dorso. Il progetto, che ha visto la collaborazione del Forum dei Giovani di Avellino, del Forum Regionale dei Giovani della Campania, del centro di ricerca Guido Dorso e del Comune di Ariano Irpino, era destinato ai giovani e agli studenti irpini, i quali sono stati invitati a documentarsi sulle opere del meridionalista e a redigere un saggio breve dal carattere inedito, valutato da un’apposita commissione esaminatrice. Di seguito riportiamo il saggio vincitore dal titolo “Aiutiamoci ad uscire dal labirinto… per far ripartire il Paese!” di Orazio Visilli.

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Dorso ha fatto parte di quella cerchia di politici, intellettuali e filosofi che si sono occupati della lunga e travagliata “questione meridionale” ed è stato uno dei più accaniti uomini a battersi per le genti del Sud.

Egli elogiò subito il pensiero di Don Luigi Sturzo, il prete siciliano, secondo il quale doveva nascere un nuovo partito che si occupasse della collettività e che portasse avanti idee e programmi, e non interessi e persone; nella sua “Rivoluzione meridionale” si concentrò in particolare sull’imputare a colpa gli stessi meridionalisti, troppo impegnati in visioni particolaristiche e poco incoraggiati a battersi per i loro stessi diritti verso il governo centrale del Paese.

La scelta più importante da fare, per Dorso, era spezzare il grande blocco industriale-agrario, formatosi nei due poli del Paese, che vedeva protagonisti da una parte i ricchi proprietari industriali al Nord e dall’altra proprio i latifondisti del Sud: inoltre il meridionalista sosteneva, come Sturzo, che doveva essere il Sud stesso a risollevarsi, da solo, e che il cambiamento doveva assumere un’impronta istituzionale e politica, che richiedeva la nascita di una nuova classe sociale.

Il prototipo ideale sarebbe stata una classe dirigente antitrasformista, che potesse portare al miglioramento del meridione, troppo spolpato dai grandi latifondisti, a discapito dei poveri contadini; Dorso non disprezzava assolutamente le grandi èlite, anzi cercava di incoraggiarle  a fare della questione meridionale una questione nazionale per eccellenza, di riuscire cioè a risolvere quei problemi che agli occhi di tutti sembravano impossibili da risolvere, di riuscire “a entrare in quel pezzo di storia”, lì dove altri non erano ancora riusciti ad entrare.

Tutto queste riflessioni sono sintetizzate ne “L’occasione storica”, e la vera novità del suo pensiero rispetto ai contemporanei di quell’epoca era rivolta alla “questione meridionale”, intesa non solo come l’arretratezza e la miseria in cui versavano le persone del Sud, ma come l’occasione vera e propria della nascita di un partito politico  o d’azione, che potesse farsi carico delle esigenze delle masse e farne voce in Parlamento, al contrario di quanto fatto dalla politica piemontese, dopo l’Unità d’Italia.

La sua paura era proprio questa, ovvero che un partito piccolo potesse trasformarsi in grande, ad entrare cioè in quel labirinto dove c’erano già altri partiti, il cui scopo fosse la sola conquista del potere, per questo si  auspicava l’avvento di una “borghesia umanistica”, in grado di curare gli interessi della collettività e di sviluppare nel Sud una sorta di autonomismo governativo, che fosse capace di risolvere l’ annosa “questione meridionale” e di iniziare a costruire un futuro prospero e dignitoso.

Credo che ancora oggi possiamo parlare di “meridionalismo irrisolto”, o meglio, di una divisione mai colmata fra un Sud legato al settore primario e ricco di materie prime e un Nord improntato sulla scia industriale e sul settore terziario. Dorso intravedeva le cause di tutto ciò in una forma politica troppo poco interventista, che privilegiava più il capitalismo a discapito dell’interventismo; si ignoravano, come accade ancora oggi, la così tanta preziosità e ricchezza delle terre del Sud, che sarebbero potute diventare il punto cardine dell’economia nazionale, se su di esse non fosse stata gravata la maggior parte delle imposte fiscali; quest’aspetto fu criticato molto da De Viti De Marco, il quale consigliava un’ economia liberista a discapito di una troppo dannosa protezionistica.

Coltivare un terreno e farlo prosperare equivaleva ad avere un alto grado di conoscenze intellettuali e, da questo punto di vista, un ruolo fondamentale lo poteva giocare l’istruzione scolastica, in quanto non solo avrebbe avuto il compito di portare i giovani alle conoscenze specifiche in diversi campi del sapere, ma anche quello di sviluppare in loro un’autocoscienza tale da occuparsi nel loro futuro anche delle faccende politiche, economiche e sociali che riguardassero il proprio Paese, in modo tale da non “rinchiudersi nel proprio orticello” e da oltrepassare le famose visioni particolaristiche, a cui alludevano Dorso e Sturzo.

Dispiace dirlo, ma in Italia, attualmente, la scuola non sta attraversando un buon periodo, anche perché non è sostenuta da una classe dirigente che non riesce o che non vuole “aprire gli occhi”, per rendersi conto dei vari problemi che circondano l’Italia, ormai in balìa di un’eredità “sporca”, lasciata da una sinistra troppo poco nazionalista e racchiusa in un’elevata burocrazia e da nuove forze politiche vincitrici delle ultime elezioni, che stentano pure a formare un governo.

Tutto questo viene purtroppo accompagnato da un alto tasso di “fuga di cervelli”, con tanti giovani che studiano in Italia, ma poi vanno a mettere le loro capacità intellettuali e fisiche al servizio di altri Paesi.

Concludendo, la “questione meridionale” anche se ancora irrisolta, deve essere vista non come una della cause del  tracollo definitivo di un Paese che non ha più un’identità, ma piuttosto come un punto di partenza per noi giovani; dobbiamo essere in grado di uscire da questo insidioso “labirinto” lasciatoci dalle generazioni  a noi precedenti e, una volta usciti, porci l’obiettivo di risollevare un Paese che deve e merita di rialzare la testa, per ciò che ha rappresentato in passato, altrimenti rischiamo di affondare in un baratro abissale, da cui sarà impossibile risalire.

Orazio Visilli VA                                       Liceo Europeo “Convitto Colletta”

 

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