Ecco i migliori vini campani secondo Gambero Rosso. “Tre Bicchieri” per tante aziende irpine

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I migliori vini campani secondo “Gambero Rosso“, rivista italiana specializzata in enogastronomia, famosa e seguita in tutto il mondo. Come ogni anno, le eccellenze made in Campania vengono premiate con “Tre Bicchieri”.

Di seguito, ecco i migliori vini campani premiati Tre Bicchieri 2020

Caiatì Pallagrello Bianco 2017 – Alois
Campi Flegrei Falanghina 2018 – Agnanum
Costa d’Amalfi Furore Bianco Fiorduva 2018 – Marisa Cuomo
È Iss Tintore Prephilloxera 2016 – Tenuta San Francesco
Falanghina del Sannio Janare Senete 2018 – La Guardiense
Falanghina del Sannio Svelato 2018 – Terre Stregate
Falanghina del Sannio Taburno 2018 – Fontanavecchia
Fiano di Avellino 2018 – Colli di Lapio
Fiano di Avellino Bosco Satrano 2017 – Villa Raiano
Fiano di Avellino Empatia 2018 – Donnachiara
Fiano di Avellino Pietramara 2018 – I Favati
Fiano di Avellino Tognano 2016 – Rocca del Principe
Greco 2018 – Pietracupa
Greco di Tufo Tornante 2018 – Traerte
Montevetrano 2017 – Montevetrano
Pian di Stio 2018 – San Salvatore 1988
Pompeii Bianco 2018 – Bosco de’ Medici
Sabbie di Sopra il Bosco 2017 – Nanni Copè
Sannio Sant’Agata dei Goti Piedirosso Artus 2017 – Mustilli
Taurasi Piano di Montevergine Ris. 2014 – Feudi di San Gregorio
Taurasi Puro Sangue Ris. 2014 – Luigi Tecce
Taurasi V. Macchia dei Goti Ris. 2015 – Antonio Caggiano
Terra di Rosso 2017 – Galardi.

L’Irpinia, come ogni anno, ha fatto un’ottima figura.

“Cosa manca al vino campano per il definitivo salto di qualità?”, si chiede “Gambero Rosso”. “Di sicuro, non è una questione di qualità nel bicchiere o, almeno, non solo quella. Perché di picchi, soprattutto sul terreno dei bianchi, ce ne sono davvero tanti. E sono vette piene di carattere, personalità, forza evocativa, sapore. Quel sapore che rende la Campania una delle mete più desiderate al mondo per chi ama la buona tavola e prodotti che parlano al cuore. E a livello d’imprevedibilità e curiosità, vuoi per diversità di stili, ricchezza di varietà e territori, gli ingredienti per un racconto affascinante e completo ci sono tutti. Eppure il cambio di ritmo, soprattutto a livello d’immagine, in Italia e nel mondo, è più lento del previsto. Ma noi siamo ottimisti”.

“Sul piano produttivo – prosegue la rivista – ci vuole una giusta dose di ambizione, quella volontà di migliorarsi ogni giorno, di puntare in alto, di scommettere con un’ostinazione pazza su questi territori semplicemente straordinari. Sì, ci piacerebbe vedere un po’ più di coraggio, qualche progetto di ampio respiro, capace di lanciare una visione nuova, di aprirsi al mondo, di rimettere in discussione alcuni cardini enologici, la centralità e un certo modo di pensare l’aglianico, per esempio. Ancora, vorremmo vedere più cantine specializzarsi su un percorso e una denominazione; non è obbligatorio cimentarsi su tutte le tipologie, magari acquistando uve. E quindi toccare con la mano la longevità dei grandi vini della Campania, dei Fiano di Avellino, dei Greco di Tufo, delle sorprendenti Falanghine, di quei Taurasi che scalpitano anche a distanza di 40 anni dalla vendemmia”.

“Infine, ci piacerebbe vedere il comparto enologico regionale dialogare sempre più con quello gastronomico, all’interno di un piano turistico e di ricezione che vediamo oggi solo tratteggiato a matita. Intanto, a parlare ci pensano le bottiglie”.

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