Casa rifugio “Antonella Russo” all’attenzione della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio

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Ornella Petillo* – Nella audizione alla Commissione di inchiesta parlamentare sul femminicidio, l’Ugl ha consegnato un documento di analisi e di denuncia sulla gestione dei fondi destinati al sostegno dei Centi Antiviolenza e delle Case Rifugio per donne maltrattate.

Dal 2014 ad oggi i vari Governi hanno distribuito sui territori risorse importanti con criteri di ripartizione molto discutibili. Già nel 2016, nella precedente Commissione di inchiesta, l’Unione generale del Lavoro aveva denunciato la cattiva distribuzione delle risorse in quanto i fondi erano assegnati in base ad un modello matematico: tanto maggiore era il numero dei centri presenti sui territori tanto più elevata era la quota assegnata.

In altre parole, dal 2014 al 2016 sono stati penalizzati i territori con carenza di strutture di accoglienza e di prevenzione della violenza di genere, sfavorendo soprattutto le regioni del Sud d’Italia.

Attualmente le risorse affluiscono nella distribuzione del grande minestrone del fondo nazionale delle politiche sociali perdendo di loro specificità e straordinarietà con un significativo rischio di destinarli all’ordinaria amministrazione. Sarebbe interessante analizzare tutto questo attraverso il rapporto che il Dipartimento delle Pari opportunità è obbligato a regigere in base alla legge istitutiva del fondo.

Invece nulla! Siamo fermi al 2014. In ogni caso le schede che le Regioni inviano al Dipartimento delle Pari opportunità in base al monitoraggio imposto dalla legge 119/2013, la così detta legge sul femminicidio, sono carenti di dati, di obiettivi e, soprattutto, di percentuali di spesa assegnate.

In tutto questo tecnicismo il dato inquietante è la sostenibilità dei Centri Anti violenza e delle case Rifugio sempre nell’emergenza più spinta. Queste strutture sono indispensabili per il territorio, una donna maltrattata e violentata ha bisogno di essere allontanata dal luogo dove la violenza si consuma (il più delle volte la propria casa). Deve essere trasferita, a rischio della sua sopravvivenza, in una luogo in grado di accoglierla e di assisterla.

Le risorse a disposizione spesso non sono sufficienti e i CAV (Centri Anti Violenza) e CR (Case Rifugio) sono purtroppo sempre a rischio di chiusura. L’Ugl non si ferma alla sola analisi dei dati ma monitora e ostinatamente si sforza di rimanere tra le persone che direttamente si occupano di questo problema.

Solo in questo modo si comprendono i reali disagi e gli sforzi di tutte quelle persone che non mollano per continuare in un progetto sociale e solidale. Come le operatrici della Casa Rifugio Antonella Russo di Avellino. A tre anni dalla inaugurazione della CR, messa a disposizione da un sindaco illuminato, sono state accolte donne e bambini che avevano subito traumi da non sottovalutare. Nonostante tutto, tra mille difficoltà continuano a resistere, ma gli ostacoli rimangono sempre troppi.

Il Codice Rosa, per esempio, è un percorso di accesso al Pronto Soccorso riservato a tutte le vittime di violenza, in Campania, però, scopriamo che progetti per il Codice Rosa sono attivi solo a Napoli presso il Caldarelli (Centro Dafne) e presso il Policlinico Vanvitelli (Ex Sun). Per quanto riguarda il Codice Rosso che accelera i provvedimenti emessi dal tribunale penale, ancora non c’è la garanzia di provvedimenti cautelari tempestivi né di percorsi giudiziari veloci.

Sappiamo bene che alla denuncia deve corrispondere un intervento di protezione e di prevenzione, che è possibile attivare quasi esclusivamente attraverso un allontanamento delle donne e dei figli minori in moltissimi casi. Per non parlare della fase della valutazione del rischio della donna violata che rappresenta un momento fondamentale del percorso di protezione per determinare la necessità e l’urgenza dell’intervento di protezione della donna e dell’eventuale nucleo familiare.

Spesso, però, il progetto individualizzato definito con l’assistente sociale, non tiene conto delle reali esigenze. Sono infatti le disponibilità economiche dei Comuni a dettare i tempi di permanenza delle donne nelle CR e, purtroppo, pesano più degli necessari obiettivi di cura, lavorativi, abitativi e organizzativi delle donne. L’interruzione di un percorso di recupero e di protezione della donna, se non concluso, vanifica i risultati fino a quel momento raggiunti.

Bisogna lavorare ogni giorno sul problema della violenza di genere, lavorare seriamente e spesso in silenzio senza approfittare dei caroselli mediatici che “bucano” lo schermo. Le donne violentate, abusate, mortificate ogni giorno sui luoghi di lavoro non sono passerelle su cui camminare per propri interessi promozionali o ancora peggio per saldare un conto di protezione (falso ed inefficace) verso questo tipo di fragilità. E aspettando il prossimo 25 novembre ci auguriamo, come ogni anno, che ci saranno meno “manifestazioni” e più fatti concreti per combattere questo vile crimine che dall’inizio dell’anno ha già fatto contare diverse vittime.

*Segretario Confederale Ugl

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